Agenzia FIDES – 06 agosto
2009
DOSSIER FIDES
I giovani e la vita
“Giovani,
siate un’oasi di speranza per il mondo”(Benedetto XVI)
Terza parte
Dalle
terre di missione – Esperienze giovanili a difesa della vita
LETTERA DALL’AFRICA - Un lavoro per pensare un futuro migliore
LETTERA DAL BRASILE – La mia esperienza di giovane in una missione
RINO MARTINEZ, un cantautore missionario
Appendice
Priests for Life: un ministero per sostenere la vita
Giovani e vita: una sfida, un’avventura
Bibliografia e
Linkografia
Questo
dossier è disponibile anche sul sito dell’Agenzia Fides: www.fides.org
Dalle
terre di missione
– Esperienze giovanili a difesa della vita
L’aspetto missionario della Chiesa Cattolica è
forse oggi per la gran parte della sua azione un ‘perfetto sconosciuto’ sia per
molti adulti, ma soprattutto per la grande maggioranza dei giovani; e pensare
che ci sono tante vite ‘missionarie giovanili’ che trascorrono ogni giorno le
proprie ore a disposizione degli altri, a difesa della vita di altri giovani,
con dignità, coraggio e talvolta eroicità! Cerchiamo di proporre alcune
esperienze giovanili da alcuni ‘luoghi di missione’. La prima testimonianza che
proponiamo è di un missionario laico che vive a Mazabuca, in Zambia. Nella
lettera che invia dall’Africa emerge come la ‘difesa della vita’ per i giovani,
possa avvenire attraverso la ricerca di un lavoro, esperienza primaria che
sottrarrebbe giovani alla povertà, e di conseguenza alla schiavitù. La seconda
testimonianza è di Manuela, e scrive questi ricordi al rientro da una
esperienza in Brasile, dove ha toccato con mano anche la realtà dei bambini di strada.
La terza testimonianza è quella di Rino Martinez, un cantautore missionario di
Palermo che ha da pochi giorni concluso una spedizione umanitaria nel cuore
della foresta equatoriale africana che gli ha permesso di raggiungere e
vaccinare circa 23.000 bambini.
LETTERA DALL’AFRICA - Un
lavoro per pensare un futuro migliore
Scritta da Paolo Tafurri, giovane missionario laico
che, concluso il cammino di ‘Giovani e
Missione’ ha scelto un'esperienza missionaria prolungata in Africa.
“Il
24 ottobre lo Zambia ha celebrato 42 anni di indipendenza. Ogni città ha
festeggiato, nella State House il presidente ha dato una grande festa
con grandi discorsi e la presenza di vari personaggi del mondo politico ed
economico. Qui a Mazabuka ogni scuola ha preparato un piccolo spettacolo, o
giochi sportivi. In Assumption Parish
abbiamo celebrato la Messa soprattutto con i giovani e i ragazzi della
Luyobolola Community School, la nostra scuola, e poi tornei di calcio e netball
per tutta la giornata. Una grande festa, insomma, per ricordare la nascita di
una nazione, e l’indipendenza di un popolo.
In Zambia il sentimento nazionale, l’attaccamento alla “patria” è qualcosa di indotto, qualcosa che si
impara a scuola. Ogni lunedì e venerdì a scuola si canta l’inno
nazionale. La bandiera è esposta in ogni scuola e in ogni ufficio pubblico. La
foto del presidente anche in ogni negozio.
Sono sempre incuriosito da una domanda: ma gli zambiani si sentono più
zambiani o più africani? Ho fatto un veloce sondaggio locale, la maggior parte
mi ha risposto “africano”. In effetti gli stati in Africa sono una derivazione del
colonialismo e quindi qualcosa che è stato deciso non dagli africani ma
da altri. La peculiarità zambiana è data
dal fatto che la Repubblica di Zambia è una conquista degli africani che
vivevano nella Rhodesia del Nord, una delle colonie nate nemmeno come colonie e
quindi appartenenti al colonizzatore, ma come territori dati in concessione a
un privato cittadino, nella fattispecie l’inglese Cecil Rhodes, che ne
sfruttava tutto ciò che allora fosse sfruttabile. Poi la Rhodesia del Nord divenne una vera
colonia sotto la corona britannica, ma mai strategicamente importante per
l’impero coloniale: la ricchezza che questa terra forniva in quantità maggiore
era la manodopera da utilizzare in miniere che si trovavano altrove. I freedom
fighters non trovarono molta resistenza da parte dei colonizzatori inglesi
quando si trattò di ottenere l’indipendenza.
Oggi però molti
tra gli zambiani stessi riconoscono che l’indipendenza
è solo sulla carta. L’indipendenza non è reale. La maggior parte della
popolazione istruita si rende conto di essere dipendente in molti aspetti della
vita sociale, economica e politica del loro paese. La stessa quotidianità di
gran parte della popolazione che vive nelle città è caratterizzata dalla
dipendenza nei confronti di altri. Dal 1964, anno dell’indipendenza, ad oggi le
condizioni di vita degli zambiani sono nettamente peggiorate. La forbice tra
ricchi e poveri è andata ampliandosi. Senza
avere la pretesa di smascherare le ragioni di tale situazione vorrei puntare i
riflettori su alcune situazioni di lack of indipendence. La scuola e la lingua prima di tutto. Qui
nessuno potrebbe mai negare l’evidenza. Non è indipendente un paese in cui a
scuola si parla una lingua che non è la propria. Non solo lo si fa per motivi
formativi ma si è obbligati dalle norme scolastiche a parlare l’inglese, nelle
classi più alte non solo durante le lezioni ma anche in qualsiasi
interlocuzione tra studenti e insegnanti, fuori e dentro le aule scolastiche.
Da una parte questo è un vantaggio perché gli zambiani istruiti sanno un ottimo
inglese, apprezzato anche nei paesi di madre lingua, dall’altra questa pratica
è indice di una incapacità dello Stato di trovare una soluzione linguistica
originale zambiana. In effetti ai tempi dell’indipendenza i fondatori devono
aver pensato che l’inglese fosse la soluzione migliore ad unire sotto lo stesso
Stato tribù che parlavano e parlano 73 lingue, che in alcuni casi sono molto
diverse tra loro. Una scelta obbligata, quindi, per mettere in comunicazione
popolazioni diverse. Un scelta che però rischia
di far perdere le radici delle tradizioni e della cultura locale,
soprattutto quando con orgoglio alcuni genitori sfoggiano l’inglese perfetto di
figli che hanno non più di 7 o 8 anni.
In alcune famiglie di Lusaka appartenenti alle classi più alte ai
bambini vieni insegnato a parlare l’inglese prima delle lingue locali. Molti
giovani parlano un british english, con fierezza, ma forse senza
rendersene conto anche con dipendenza da un mondo che di certo non affonda le
radici in Africa. Molti lamentano il fatto che la scuola ha programmi che
rispecchiano il modello degli antichi colonizzatori. Non solo: in molti casi
sono presi tali e quali dai programmi esistenti prima dell’indipendenza e
quindi fissati dai governanti di allora, che erano inglesi e non africani.
Qualche intellettuale riconosce che non sono stati fatti molti cambiamenti, e
che ancora oggi la maggior parte delle materie insegnate a scuola non sono
vicine alle esigenze degli attuali cittadini zambiani.
La scuola
inoltre si pone in molti casi come trasmettitrice
di dipendenza. Sicuramente non lo fa intenzionalmente, ma questo è il
risultato. Molti ragazzi e ragazze sono
impossibilitati a frequentare la scuola perché non possono pagarne la retta.
Ogni scuola pubblica, infatti, chiede il pagamento di una retta scolastica in
quanto i finanziamenti del governo non coprono il bilancio degli istituti. Così moltissimi sono costretti a cercare
quelli che qui vengono chiamati ‘sponsors’ ovvero persone o enti (parrocchie,
ong, istituti religiosi, ecc.) che concedono il pagamento delle rette
scolastiche e in molti casi anche del materiale necessario ad andare a scuola
(tra cui l’uniforme, altro retaggio coloniale). Se un ragazzo o una ragazza dai
10 ai 20 anni non ha la fortuna di avere genitori abbienti, devono chiedere una
sponsorizzazione. Questo
meccanismo/necessità del chiedere non favorisce certamente l’indipendenza della
persona. Quindi nonostante ogni lunedì e venerdì gli studenti cantino a scuola
l’inno nazionale e celebrino l’indipendenza della nazione, la presenza stessa
in quel momento a scuola è garantita da una
dipendenza da qualcuno che non è zambiano, in quanto solitamente i soldi
per le sponsorizzazioni arrivano da donatori stranieri (che appunto finanziano
parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.)
Per quanto
riguarda l’economia della Zambia
è fin troppo evidente che è nelle mani
degli stranieri. O meglio, tutta la produzione su grande scala in Zambia
è operata da compagnie straniere, in pochi casi compagnie zambiane comunque
guidate da stranieri. Le piantagioni di zucchero, cotone, caffè, e tanti altri
prodotti agricoli sono di proprietà di inglesi, sudafricani, zimbabwani bianchi
cacciati dallo Zimbabwe, così come l’estrazione del rame, la principale risorsa
di questo paese è affidata a stranieri. Solo una breve considerazione. E’
chiaro che quando un paese privatizza i settori strategici dell’economia (il
rame per l’appunto) e nessun imprenditore locale ha una capacità tale da
permettersi un’attività industriale complessa e impegnativa in termini
finanziari, sono le multinazionali con sede nel Nord del mondo che hanno la
meglio. Si assicurano i diritti di
estrazione, installano gli impianti industriali necessari, impiegano personale
straniero per i ruoli dirigenziali e tecnici nelle aziende. Gli zambiani
possono arrivare fino ad un certo punto, poi chi sta nella stanza dei bottoni
sono bianchi con una lunga esperienza nel settore. Tutto ciò è chiaramente in
contrasto anche solo con l’idea di indipendenza economica di un paese, e non
credo che servano molte parole per spiegarlo.
Voglio
soffermarmi invece sulla piccola
economia, quella della vita di tutti i giorni, l’economia degli zambiani
comuni. Come vive uno zambiano medio? La maggior parte degli zambiani ha un
reddito molto basso. Questi si rivolgono per le loro necessità alimentari al
mercato locale, il che vuol dire i classici mercati africani dove si trovano i
prodotti locali, farina di mais, fagioli, pesce di fiume e di lago, manzo e
pollo, uova, pomodori, fagiolini, cipolle, olio di semi, latte a lunga
conservazione, pane, zucchero, sale. La maggior parte di tali prodotti viene
dalle fattorie degli zambiani che sono stati capaci di sviluppare l’agricoltura
e l’allevamento. In alcuni casi si tratta invece di piccoli agricoltori e
allevatori che usano ancora metodi e tecniche tradizionali, vivono nelle
campagne e vendono i loro prodotti alle bancarelle del mercato cittadino. Altri
beni, soprattutto quelli lavorati come il latte e lo zucchero, sono forniti da
grandi aziende (in Zambia la Parmalat domina il mercato del latte e dei
latticini). Al mercato si trovano anche il carbone per cucinare e i prodotti
per la pulizia, ovvero saponi, detersivi per il lavaggio a mano dei vestiti, i
prodotti per la casa. Quelli più utilizzati sono locali, i più economici,
prodotti da aziende che per lo più si trovano nella capitale Lusaka.
La maggior parte
della popolazione di una cittadina di 50.000-70.000 abitanti come può essere
quella in cui sono io, Mazabuka, si ferma a questo tipo di consumi. C’è poi tutta un’altra classe di persone che
accede ai supermercati, nei quali si trovano prodotti da un po’ tutto il mondo.
Prodotti stranieri sono quasi tutti gli alimentari lavorati come biscotti,
pasta, bevande, succhi di frutta, la maggior parte delle marmellate. Se andiamo oltre il settore alimentare la
presenza straniera si fa ancora più pesante. Anzi più ci si allontana dal settore
alimentare più la dipendenza rispetto ad altri paesi aumenta perché in Zambia
la produzione industriale non copre una gamma ampia di beni. Il settore tessile, per esempio, è poco
attivo: la maggior parte dei vestiti viene dall’Asia (Cina in prima linea),
questo se parliamo di vestiti nuovi, perché invece quelli usati arrivano
dall’Europa e dagli Usa. I vestiti usati sono molto apprezzati nei mercati
africani perché molto spesso sono più economici ma allo stesso tempo di qualità
superiore rispetto a quelli asiatici. Tutto ciò ha permesso alla popolazione
locale di risparmiare, o forse di comprare qualche vestito in più, ma ha
danneggiato la produzione locale. Le
piccole industri tessili che a fatica trovavano uno sbocco commerciale hanno
dovuto chiudere per via della concorrenza dell’usato. Anche questo fenomeno non
ha certo contribuito a favorire l’indipendenza degli zambiani. Esistono invece
piccole produzioni di abiti tradizionali africani: le donne amano ancora
vestire quegli abiti colorati tipici che vengono fatti per lo più su misura,
quindi da artigiani/e locali/e. Anche il settore meccanico è dominato dalla produzione cinese:
viti, bulloni, in genere prodotti da ferramenta insieme alle biciclette sono
tutti oggetti che arrivano dall’est. In alcuni casi, per quelli di qualità
migliore ci si avvale del Sudafrica, che ormai è il dominatore economico di
tutta l’Africa ma soprattutto di quella del Sud dove la concorrenza europea e
araba è molto ridotta. Dal Sudafrica,
infatti, arrivano i prodotti alimentari di cui si è detto prima, più tutta una
serie di beni industriali di uso comune, ma di qualità superiore a quella
cinese come per esempio gli elettrodomestici. Per quanto riguarda le
automobili, l’industria giapponese non ha concorrenti. La stragrande
maggioranza dei veicoli in circolazione sono automobili usate in Giappone e
rivendute in Africa. Negli ultimi anni soprattutto la quantità di tali veicoli
è aumentata a vista d’occhio. Ora anche
a Lusaka si rischia di rimanere bloccati nel traffico a qualsiasi ora del
giorno. Ad onor di cronaca devo dire che
esiste una marca indiana, la Tata, che vende alcuni veicoli industriali e non,
qui in Zambia: la polizia zambiana ha in dotazione la Tata.
Tutto ciò
riguarda i consumi. Rivolgiamoci ora ai mezzi
necessari per consumare. La maggior parte degli zambiani è inserita
nella cosiddetta economia informale, quelle attività non registrate e da cui
non si traggono grossi profitti: venditori ambulanti e/o nei mercati
tradizionali, lavoratori occasionali, piccoli agricoltori e allevatori
tradizionali, pescatori. Coloro che
hanno un contratto di lavoro o un’assunzione in regola sono una netta minoranza
e per lo più insegnanti, impiegati statali o in grandi aziende private, poliziotti
o guardie giurate, infermiere. Alcuni fortunati accedono ad
organizzazioni non governative che in genere offrono stipendi al di sopra della
media locale. In genere l’ambizione di
ogni zambiano è lavorare nel governo o in uffici pubblici, perché lo
stipendio a fine mese è il più delle volte assicurato (in realtà ultimamente
non è così scontato) e si gode di alcune agevolazioni. Una grande opportunità è lavorare per ong o
associazioni caritative che grazie ai fondi che provengono dall’estero garantiscono
una certa dignità nelle condizioni di lavoro.
Così facendo però falsano il mercato del lavoro: assicurando stipendi
più alti attraggono quelle giovani forze che potrebbero costituire la spinta
all’imprenditoria, ovvero le risorse umane per l’avvio e lo sviluppo di una
eventuale produzione locale, che possa generare ricchezza in loco e quindi auto
riprodursi. Il sistema della cooperazione internazionale, quindi, se da una
parte va a favorire progetti che danno vita a produzioni locali per i poveri,
dall’altra impiega le persone migliori nei propri organici per assolvere
compiti amministrativi e burocratici. Spesso mi è capitato di incontrare giovani
che esprimono il desiderio di studiare social work al college (una via
di mezzo tra educatore e psicologo) non per forti motivazioni personali, ma
semplicemente perché è la figura che più facilmente trova posto nelle ONG. Io
ho la sensazione che manchi una spinta
verso l’imprenditorialità da parte dei giovani, che qui sono la
maggioranza della popolazione; un’imprenditorialità che vada al di là del
commercio al dettaglio.
Ovviamente i motivi sono tanti e diversi, ma il più importante penso sia la
mancanza di capitali da investire. Accedere al credito è un’impresa ciclopica,
a volte già soltanto aprire un conto bancario è un’operazione che richiede una
serie infinita di carte, documenti, dichiarazioni che per la media degli
zambiani sono fantascienza. Ma c’è anche
un’altra ragione: la piccola imprenditoria non ha un grande riconoscimento tra
gli africani. Soprattutto i governi non investono nella piccola e media
impresa. Il territorio africano è costellato di grandi compagnie che
beneficiano delle immense risorse naturali. I governi trovano in loro partners
a cui affidare il proprio sistema economico, non si investe invece nella
piccola e media impresa locale. Il direttore di African Business, una
rivista economica sull’Africa, sostiene che i piccoli imprenditori sono
trattati come indesiderati e vengono tormentati dalle autorità, piuttosto che
aiutati e supportati, “questo non facilita quella crescita economica interna di
cui la maggior parte dei paesi africani ha disperatamente bisogno”.
Anche questo è
un ostacolo alla vera indipendenza di un paese, perché se si è impossibilitati
a produrre la propria ricchezza attraverso il valore aggiunto del proprio
ingegno e del proprio lavoro è difficile dire di non dipendere da chi fornisce
finanze, beni di ogni genere, conoscenze e “sviluppo”. Quindi no
indipendenza, ma soprattutto no lavoro, no opportunità di crescita
professionale, e qual è la conseguenza per alcuni? L’emigrazione. Qualche giorno fa una giovane di 25 anni, commessa
in un supermercato mi ha detto che vuole mettere da parte i soldi per
iscriversi a un college che le darà un titolo utile per lavorare
nell’ambito del business. Dopodichè vuole emigrare in Sudafrica: “Lì, dice,
tutti vanno in giro in macchina, qui in Zambia è un problema anche solo
comprarsi la
bicicletta”.
Ecco perché ciò
a cui ci siamo rivolti come missionari in questi ultimi mesi è creare
opportunità di lavoro. I giovani zambiani hanno bisogno della possibilità di
anche solo pensarlo un futuro migliore. Quando guardo agli sforzi che stiamo
facendo per i vari progetti di sviluppo economico che abbiamo in mente di
realizzare qui a Mazabuka, a volte mi chiedo se non stiamo togliendo tempo ed
energie all’evangelizzazione, all’annuncio della Buona Novella, a ciò che un
missionario per definizione dovrebbe fare. Mi assalgono i dubbi, ci
penso un attimo, prego e mi rendo conto che no, anche questo fa parte
dell’evangelizzare un popolo che è sottomesso. Quando nel Vangelo di Luca si
dice “Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a
proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in
libertà gli oppressi”, forse è proprio questo che vuol dire: annunciare che un altro mondo è possibile,
che un’economia con al centro la persona e non il profitto è realizzabile, che
la giustizia è qualcosa di umano, non sovrannaturale, che tutti abbiamo diritto
a pari dignità e libertà, tutti, africani e zambiani compresi. (Paolo Taffuri, missionario laico a
Mazabuka, Zambia)
LETTERA DAL BRASILE – La mia
esperienza di giovane in una missione
“Cosa mi ha lasciato l´esperienza in Brasile … non è facile
riassumere tutto in poche righe, si rischia sempre di dire le stesse cose, di
essere scontati e banali … per riuscire a capire cosa si prova dopo
un´esperienza in missione, è inutile, bisogna provarla! Ho avuto la bella e
preziosa opportunità di passare quasi cinque mesi da Padre Maurilio, a San
Paolo, una delle più grandi metropoli del Brasile. Durante questo tempo
trascorso nel centro per adolescenti in mezzo alle favelas, ho fatto veramente
tante cose coi bambini del dopo scuola, con le comunità della parrocchia di
padre Maurilio, con i ragazzi di strada se ti rendi disponibile, ce ne sono di
cose da fare! Bé, partendo per questa esperienza erano queste le cose a cui
pensavo maggiormente: chissà se sarò in grado di fare le cose che ci sarà
bisogno di fare? chissà se mi daranno la responsabilità di qualcosa? Immaginavo
la mia giornata piena di lavoro e lavoro.
A quasi quattro mesi dal mio ritorno, ricordando i vari momenti
passati in Brasile, mi accorgo che quello che mi porto dentro non sono affatto
i momenti passati a lavorare, a fare, ma i volti che ho incontrato e accolto.
In Brasile i ritmi sono più lenti rispetto ai nostri. All´inizio,
abituata all´Italia, ho fatto veramente una grande fatica, mi sembrava di
buttar via un sacco di tempo e di occasioni.. Spesso, facendo visita alle
famiglie nelle favelas, organizzando le attività per i bambini, ci si perdeva
in una tazza di caffè o una merenda un po´abbondante, in qualche chiacchiera o
semplicemente in attimi di silenzio. Le persone vivono in maniera molto
più tranquilla rispetto a noi e a me sembrava che tutto fosse sprecato, che
alla fine della giornata non si arrivava a capo di nulla. Col passare del tempo ho cominciato ad
abituarmi fino a fare sempre meno fatica, anzi, ero io la prima a perdermi in
mille modi per stare con la gente. Questi cari amici brasiliani mi hanno
proprio insegnato questo, al di là delle esperienze preziose con i bambini di
strada del centro della città, coi bimbi della favelas, con le persone delle
varie comunità che ho conosciuto, al di là delle cose pratiche che abbiamo
realizzato insieme … mi hanno insegnato l´importanza del tempo vissuto, del
vivere i momenti con calma e tranquillità, senza per forza correre a causa
degli orari, del dare spazio all´altro, indipendentemente dalla quantità di
tempo disponibile … mi hanno insegnato l´importanza del fermarsi alle piccole
cose, ai piccoli gesti che, pensati, si rivestono di una grande preziosità.
Mi rendo conto che queste cose, qui in Italia, è un po´difficile
ritrovarle, sono ritmi davvero diversi, ma è possibile vivere il tempo da veri
protagonisti, dedicandolo a chi ti circonda, magari rinunciando a qualcosa di
tuo. Il momento della preghiera nelle mie giornate era un momento costante, mi
dava energia per affrontare la giornata e vedevo la presenza di Gesù riflessa
nelle persone che ogni giorno incontravo, nelle cose più banali. La sua
presenza mi ha accompagnato soprattutto nei momenti di difficoltà, in cui non
sapevo come gestire le cose. Questi
momenti è più faticoso ritagliarli nella quotidianità qui, dove sei sempre
preso dalle mille cose da fare, da orari molto fissi. Ma sono indispensabili
per accorgersi dell´importanza di ogni giorno che abbiamo l´opportunità di
vivere appieno, dall´inizio alla fine, ringraziando per questo dono che passa
così in fretta, il tempo, ringraziando per gli incontri, le esperienze, le mani
che stringono le nostre. Mi rendo conto che non ho raccontato nulla di concreto
riguardo alla mia esperienza, chi avrà la bella occasione di poterla vivere, a
San Paolo, vedrà coi suoi occhi la realtà in cui vivono le persone, i bambini …
ho voluto scrivere cosa ho portato a casa, ognuno porta a casa qualcosa di
diverso e speciale. Porto nel cuore i volti di ogni altro che ho incontrato e che
mi ha accompagnato, a partire dalla presenza importante di padre Maurilio e
delle suore. Ringrazio chi, in questi mesi, ha camminato con me, insegnandomi
il rispetto per culture, tempi, usi e modi di vivere diversi, l´accoglienza
incondizionata e l´importanza del sorriso verso chiunque intreccia la vita di
ognuno”. (Manuela)
RINO
MARTINEZ, un cantautore missionario
Rino
Martinez è un conosciuto cantautore palermitano che negli anni '80 ha raggiunto
la massima notorietà internazionale partecipando al Festival di Castrocaro, al
Festivalbar (1981) ed al Festival di Sanremo (1982), insieme ad artisti come
Claudio Villa, Vasco Rossi, Zucchero, Michele Zarrillo e tanti altri. Ha
fatto una scelta per Vocazione: essere "Cantautore Missionario", e
così periodicamente si reca in molte zone disagiate dell'Africa, colpite dalla
guerra e dalla miseria, per portare aiuti di ogni tipo. Il suo talento e la sua
professionalità artistica gli hanno permesso di realizzare Canzoni e Filmati
“Verità” sulla sofferenza, la guerra e l’indifferenza. Ha Fondato l'Associazione
Missionaria Interculturale ONLUS "ALI PER VOLARE", con la
quale porta avanti le sue encomiabili Battaglie per sensibilizzare quanti sono
insofferenti alle drammatiche realtà del terzo mondo e ad altre piaghe sociali.
Rino Martinez è un umile eroe dei nostri giorni, che offre il suo instancabile
impegno per la difesa dei diritti umani e per gli “ultimi” della terra.
Le
sue risorse umane sono sostenute dall’Amore cristiano sincero e genuino verso
il prossimo, con particolare dedizione verso i bambini, specialmente, per quelli
che soffrono per la povertà, per le malattie, per la mancanza di cibo, per il
razzismo, per lo sfruttamento e per tutte le ignobili forme che negano il
diritto a tante persone di vivere una vita normale. Per questo motivo ha ideato
e realizzato, ormai da molti anni, la "Giornata
Mondiale Contro lo Sfruttamento Minorile" al quale partecipano tantissimi bambini,
giovani ed adulti provenienti da ogni parte del mondo. Rino ha fatto sua la
causa del Bene, facendosi umile Portavoce e Missionario di Pace, lottando ogni
giorno per i bisogni di chi soffre, con la giusta convinzione di poter ridonare
la dignità a chi non la possiede. Grazie al suo indomabile e battagliero
altruismo, alcuni paesi africani hanno potuto avere l'acqua potabile per la
realizzazioni di pozzi e reti idriche ma ancor di più è riuscito a far
costruire tre Orfanotrofi in Congo, dove molti bambini, se pur tra infinite
difficoltà, sono assistiti amorevolmente. In tanti anni di lavoro educativo
nelle scuole e tra i giovani, ha diffuso il senso della speranza e della
giustizia, valori positivi che è in grado di esternare, sopratutto, attraverso
le sue canzoni ed i suoi concerti.
E'
un serio alleato di tante persone di buona volontà, per il trionfo della legalità e per
contrastare la mafia, la droga, la pedofilia e tutte le
forme delinquenziali. Condivide tutto questo con la moglie Anna, i due
figli Claudio ed Andrea e con alcuni amici che partecipano energicamente al suo
instancabile impegno Sociale. Il 21 febbraio
2006, la sua profonda dedizione per i sofferenti l'ha portato a fare uno
sciopero della fame per spingere le Istituzioni preposte a
far curare in Italia 4 bambini Congolesi (Ngami Sevy Farhel, Josiane Virginia
Mongha, Zena Grace, Cecilia Mahoungou), questo encomiabile gesto è stato un
vero esempio di Nobili Valori Cristiani
per l'intera società, distinguendosi tra le migliaia di azioni inutili che
spesso non hanno nessun senso e nessuna valenza morale. Per questo estremo atto
di Amore e per l'impegno di gente seria e di buona volontà si è costituita la "Medicina Umanitaria della Regione
Sicilia", che permetterà ad alcuni bambini ed adulti, residenti in
paesi poveri, di poter usufruire del ricovero presso gli ospedali siciliani e
dell'assistenza di ottimi medici e paramedici.
Il 22
novembre 2006 ha incontrato il
Santo Padre Benedetto XVI, che lo ha esortato ed incoraggiato per continuare a
diffondere la Gioia e la Speranza Cristiana nel mondo. Nei mesi di Ottobre e Novembre 2007 ha portato a termine la sua
ennesima Missione Umanitaria che ha chiamato: “Africa: missione possibile …”
per portare aiuti concreti a diversi villaggi, orfanotrofi ed ospedali del
Congo, recandosi fino al centro della foresta equatoriale dove, inoltre, ha
potuto realizzare un’importante reportage sulle precarie condizioni di vita del
popolo “ignorato” dei Pigmei. Da Gennaio a Marzo 2009 ha condotto la Spedizione
Umanitaria denominata "Africa:
Missione Cuore per la Vita" per realizzare la prima fase
di un'imponente campagna di vaccinazione per oltre 23.000 persone all'interno
della Grande Foresta Equatoriale. L’Associazione
Missionaria Interculturale “Ali per Volare”, fondata dal Cantautore Palermitano Rino Martinez, è
una organizzazione ONLUS non governativa, che promuove iniziative culturali ed
opere umanitarie concrete a favore dei Bambini abbandonati, orfani, sfruttati,
ex bambini soldato, malati di AIDS/Sida, Leucemie/Malarie, non tralasciando
tutte le vittime delle terribili guerre che si consumano drammaticamente in
Africa, terra di povertà e di miseria dove, ancora oggi, muoiono oltre
trentamila bambini al giorno.
Nell’ambito dei programmi umanitari Internazionali a
sostegno dei paesi del terzo mondo, è stata organizzata la Missione Umanitaria denominata “Africa:
Missione Cuore per la Vita”, che è iniziata il 28 gennaio 2009 e si è prolungata fino al mese di marzo 2009, all’interno
della grande Foresta Equatoriale. La regione di Likouala, nel grande
distretto di Enyéllé, è uno dei luoghi più sperduti e dimenticati della terra
che si estende per circa 600 Km di territorio impervio e pericoloso, in cui
sono presenti circa otto villaggi nei quali vivono, tra gli altri, tanti
Bambini molto malati della Tribù dei
PIGMEI “i figli della Foresta”, che senza un intervento sanitario
immediato e mirato corrono il serio rischio di estinzione. La spedizione ha raggiunto
quei luoghi, pieni di insidie, per
vaccinare 22.000 persone contro la poliomielite, la difterite,
il tetano, il morbillo e per curarli dal paludismo, dalle malarie e dalla lebbra. L’importante ed urgente
progetto sanitario ha previsto inoltre, la somministrazione di antibiotici, vitamine e sali idratanti
e la donazione di zanzariere
antimalaria. Per dare continuità concreta a questo ennesimo impegno
umanitario, nel villaggio di Enyéllé, che conta 8.000 abitanti, si cercherà di
realizzerà una piccola farmacia
comunitaria permanente, che consentirà alla popolazione locale di fare
visite mediche e fruire delle medicine necessarie. La raccolta fondi, che
permetterà di realizzare un’improrogabile intervento medico-sanitario,
consentirà di costruire, inoltre, una piccola
scuola nel villaggio di Longha. (Fabrizio Artale)
Appendice
1)
Priests
for Life: un ministero per sostenere la vita
Cos'è? Il ministero sacerdotale è un
ministero esigente. Il sacerdote fa conoscere al mondo delle verità che spesso
questo fatica a comprendere. Egli incontra ingiustizie che sono spesso
profondamente radicate negli atteggiamenti e nelle leggi della società. Il
prete, tra le esigenze del suo ministero, necessita di sostegno e di
incoraggiamento da tre fonti: dal suo vescovo, dalla sua congregazione e dai
suoi fratelli sacerdoti. E' per assicurare tale incoraggiamento,
soprattutto da parte di questi ultimi, che l'associazione Priests for Life è
stata fondata. Più particolarmente, essa vuole spronare a portare avanti il
discorso sulla difesa della vita umana contro l'aborto e l'eutanasia. Questa
particolare dimensione tocca due delle più urgenti crisi morali dei nostri
giorni. Rispondere a tali questioni non è da considerarsi come qualcosa in più
da aggiungere alla vita e al ministero del sacerdote. E', invece, una risposta
che deriva dall'essere sacerdote, dall'essere cristiano e dall'essere umano.
Questo stesso fatto induce alcuni a chiedersi se Priests for Life non sia
un'associazione superflua. Prima di tutto l'appellativo Preti per la
Vita intende esprimere la verità che essere a favore della vita è fondamentale
ed indispensabile per la vita stessa e il ministero di ogni sacerdote. Questa
non è un'associazione che tende a formare un gruppo elitario di preti con la
pretesa di essere più a favore della vita di tutti gli altri. Piuttosto, cerca
di mettere in evidenza gli sforzi, così spesso nascosti o sconosciuti, di preti
che eroicamente promuovono la cultura della vita in tutto il Paese. In
secondo luogo, vi sono molti ordini e gruppi all'interno della Chiesa i cui
membri mettono l'accento su un aspetto della Parola di Dio a cui comunque tutta
la Chiesa è chiamata. Una tale messa in evidenza è pensata come stimolo rivolto
a tutti per rispondere a una missione che è propria di ogni persona. Così le
Sorelle della Carità non sono le sole a mettere in pratica la carità, né è
questo ciò che il loro nome implica. I Padri del Santissimo Sacramento non
pretendono di essere gli unici ad adorare l'Eucaristia. Gli esempi sono
molteplici. I Preti per la Vita sono un altro di questi esempi. Questa
associazione esiste proprio perché tutti i sacerdoti così come tutte le altre
persone sono chiamati ad essere a favore della vita.
E' utile riflettere sul fatto che ci sono gruppi chiamati Dottori per la Vita, Infermiere per la Vita, Farmacisti per la Vita, Poliziotti per la Vita e innumerevoli altri. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, abbiamo bisogno di questi gruppi? Non sono forse tutti i dottori tenuti ad essere a favore della vita? L'unica vera ragione per cui abbiamo un movimento per la vita è perché assistiamo ad una immensa tragedia davanti a noi, ed abbiamo bisogno delle caratteristiche di ogni professione per ristabilire protezione per ogni vita umana. In quest'ottica sarebbe veramente strano se non esistesse un "Preti per la Vita"!
Qual è la missione di Priests for Life? Lo
scopo di Priests for Life non è quello di aggiungere un'altra struttura o
organizzazione allo sforzo per la vita. Il suo obiettivo invece è quello di
infondere ad una struttura preesistente, la Chiesa, il vigore, l'entusiasmo e
le migliori risorse per portare a compimento la missione di difesa della vita.
La Chiesa è l'unica istituzione che beneficia di una garanzia Divina che
prevarrà sulla cultura della morte. Il Signore stesso ha detto "Le porte
degli inferi non prevarranno contro di essa" (Matteo 16, 18). Quando
ascoltiamo queste parole, di solito pensiamo "La Chiesa sopravviverà agli
attacchi lanciati contro di lei" e questo è certamente parte del
significato del versetto. Riflettendo ulteriormente, tuttavia, ci rendiamo
conto che in battaglia una porta non può scendere sul campo ad attaccare il
nemico. Al contrario, la porta sta ferma a difendere la città contro gli
attacchi nemici! Quando il Signore dice che le porte degli inferi non
prevarranno contro la Chiesa, Egli intende dire che la Chiesa sta prendendo
iniziativa per prendere d'assalto le porte! Queste porte degli inferi non
possono contrastare il potere del Paradiso; le porte del peccato sono
annientate dalla presenza della grazia salvifica; le porte della morte cadono
alla presenza della vita eterna; le porte della falsità sono abbattute di
fronte alla verità vivente; le porte della violenza cadono al cospetto
dell'amore divino. Questi sono gli strumenti di cui Cristo ha dotato la Sua
Chiesa. Per far pienamente fruttificare questi doni e servirsi di questi
strumenti per i problemi specifici dell'aborto e dell'eutanasia sono richiesti
perciò tanto una struttura adeguata quanto lo spirito, la consapevolezza, il
coraggio, la determinazione nell'uso sia dei mezzi che delle opportunità a
nostra disposizione! Questo è tutto ciò di cui si occupa Priests for Life. Dal
cuore della Chiesa è un movimento di sacerdoti che cercano di usare - ed
aiutano il resto della Chiesa ad usare - la sua piena forza contro gli attacchi
devastanti sferrati contro la vita umana ai nostri giorni. In alcuni luoghi vi
sono dei "capitoli", delle assemblee locali, dove dei sacerdoti si
radunano regolarmente al fine di incoraggiarsi a vicenda e pregare insieme per
quella dimensione pro-vita che caratterizza il loro ministero. Sebbene noi
promuoviamo questi capitoli, la filosofia di Priests for Life è che il
sacerdote non ha compiuto la sua opera pro-vita quando ha partecipato ad un
incontro. Piuttosto compie la sua opera pro-vita quando predica chiaramente e
appassionatamente dal pulpito a proposito delle problematiche sulla vita e
quando guida le persone a concentrare le loro energie nella difesa dei più
vulnerabili fra noi.
Lo statuto della missione di Priests for Life individua tre vie attraverso le quali raggiungere lo scopo globale. La prima consiste nel mettere in contatto fra loro i sacerdoti particolarmente attivi nel lavoro pro-vita. L'attività di questi preti è illustrata in ogni numero del bollettino, nella sezione "Priest Profiles". I sacerdoti sono messi in contatto reciprocamente su tutto il territorio nazionale perchè si scambino idee, risorse ed esperienze concernenti l'effettivo ministero pro-vita. I sacerdoti che potrebbero sentirsi soli o isolati a causa della loro particolare attenzione alle problematiche pro-vita, vengono rassicurati sul fatto che non sono mai soli. Un secondo aspetto della missione consiste nell'assistere i sacerdoti che potrebbero essere esitanti o trovarsi in difficoltà nell'affrontare le tematiche dell'aborto e dell'eutanasia. Attraverso mezzi come documentazioni, cassette, seminari e assistenza diretta alla persona, l'associazione Priests for Life può aiutare un sacerdote ad identificare le sue paure, le sue incertezze o fraintendimenti a proposito delle tematiche in questione o a proposito dello stesso movimento per la vita. Una delle nostre pubblicazioni, per esempio, è "Padri, affrontiamo le nostre paure sull'aborto". Questa pubblicazione focalizza ventidue paure scoperte nel corso dei nostri seminari internazionali per sacerdoti e dà chiare ed utili risposte ai dubbi che queste paure possono causare. Il terzo aspetto della nostra missione è quello di assistere i sacerdoti nel rapportarsi alle organizzazioni per la vita e viceversa. C'è una miriade spesso confusa e sconcertante di gruppi pro-vita negli USA. L'influenza della letteratura in materia, per quanto buona essa possa essere, può risultare fuorviante. Come può un sacerdote impegnato distinguere quali sono le iniziative, le attività e le strategie del movimento? Come può sapere su quali risorse può contare nella sua parrocchia e quali linee d'azione di gruppi particolari sono in accordo con il progetto pastorale ed educativo della Chiesa? Priests for Life può fornire questo tipo di guida. Priests for Life conosce intimamente la filosofia e le strategie dei gruppi pro-vita sia piccoli che grandi, così come le persone che stanno dietro all'organizzazione. La nostra associazione mantiene contatti e buoni rapporti con tutti questi gruppi, in parte grazie alle conferenze e ai seminari che ha presentato in ognuno dei 50 Stati Americani. Nel nostro bollettino cerchiamo di sintetizzare le strategie suggerite e le risorse per i sacerdoti molto impegnati. Inoltre siamo presenti a tutti i raduni nazionali dei responsabili pro-vita, in cui vengono formulati i progetti per il movimento. Questa associazione non si occupa solo di assistere il sacerdote perché lavori con i gruppi pro-vita, ma anche di affiancare i gruppi stessi affinché lavorino con i sacerdoti. Fin dall'inizio di Priests for Life c'è stato un grande supporto da parte dei laici, e l'associazione ha al suo interno anche membri ausiliari laici. Si sente spesso lamentare il fatto che i preti non parlano abbastanza di aborto. Priests for Life assiste attivamente laici e gruppi per mutare la frustrazione, la delusione, la rabbia che possono avere in sforzi costruttivi per capire e cooperare con il loro clero. Alcuni dei nostri depliants, cassette e seminari sono infatti incentrati su questo tema.
La Promessa di adesione per il clero - Migliaia
si sacerdoti negli USA si sono uniti a Priests for Life. Coloro che entrano a
far parte dell'associazione fanno delle promesse di adesione molto semplici. Il
testo della Promessa è riportato di seguito, insieme ad alcuni commenti
esplicativi.
Promessa di adesione a Priests for Life In
qualità di prete/diacono della Chiesa Cattolica, riconosco che è parte
essenziale del mio ministero annunciare e difendere la dignità della persona
umana. Come segno della mia risposta a questa chiamata, e al fine di
fortificare i miei fratelli preti e diaconi ed essere da loro fortificato, sono
diventato membro dell'Associazione Priests for Life, una Associazione Privata
di Fedeli ufficialmente riconosciuta. Come membro, io prometto di
pregare con perseveranza per un più profondo rispetto della vita umana nella
nostra società, e in particolar modo per la fine dell'aborto e dell'eutanasia.
Io prometto di predicare con chiarezza e costanza la sacralità della vita a
tutti quelli che sono affidati alle mie cure pastorali. Io prometto di
cooperare con i progetti e i programmi di Priests for Life, nella misura in cui
mi è ragionevolmente possibile e all'interno delle direttive stabilite dal mio
Ordinario. Io prometto di offrire supporto e incoraggiamento agli altri
membri dell'Associazione ed al più ampio movimento per la vita, quando si
presentino le appropriate opportunità. Credo nel fatto che la Vittoria
della Vita è già stata sancita dalla Croce e dalla Resurrezione di Cristo, e
che proclamando, celebrando, servendo il dono della Vita la Chiesa trasformerà
la cultura della morte in Regno della Vita.
Commenti - Si noterà che la Promessa indica l'appartenenza all'associazione come possibile a preti e diaconi cattolici. Tuttavia siamo felici quando, insieme ai nostri membri ausiliari laici, anche ministri e fedeli di denominazioni non cattoliche si uniscono al nostro lavoro. Essi sono invitati ad usufruire del materiale informativo e a cooperare con noi. Il testo mette in rilievo che la difesa della persona umana è parte integrante del ministero sacerdotale. Il primo motivo elencato per diventare membri dell'associazione è l'opportunità della rete di collegamento che essa offre. Lo status dell'associazione secondo il Diritto Canonico è di seguito menzionato. Preghiera, predicazione ed insegnamento sono poi descritti come aspetti-chiave della promessa. Questi sono aspetti comunque ordinari del lavoro di preti e diaconi. Ma se noi infondiamo alle nostre attività una maggiore sensibilità verso le tragedie dell'aborto e dell'eutanasia, faremo un grande passo avanti nella lotta a questi mali. Mentre Priests for Life offre suggerimenti e materiale per la preghiera, la predicazione e l'insegnamento, non impone ai suoi membri un particolare tipo di devozione o di atteggiamento. Né l'essere membri deve venir visto come adesione a una particolare teologia. All'interno della gamma di casi in cui la dottrina e la disciplina della Chiesa Cattolica permettono una pluralità di espressioni teologiche, pastorali e liturgiche, Priests for Life cerca di accoglierle tutte. Quando si tratta di difesa della vita, non si può parlare di "parti" della Chiesa che ne sono toccate, ma dell'intera Chiesa. La cooperazione con i progetti di Priests for Life è poi esposta, sempre in accordo con il proprio Ordinario. L'idea che sta dietro all'associazione non è mai stata di entrare in una diocesi per pubblicizzare un programma o attività o un altro. L'idea, e la realtà, è che siamo stati nelle diocesi di tutto il paese proprio per aiutare il clero a lavorare insieme con il vescovo nel modo che lui stabilisce, a seconda delle situazioni locali. Allo stesso tempo, offriamo il beneficio dell'esperienza che abbiamo accumulato, e dei numerosi contatti con tutti i gruppi del movimento per la vita. La promessa finisce con un passaggio di estrema fiducia. In questa battaglia non stiamo semplicemente lottando per la vittoria; stiamo lavorando a partire dalla vittoria. La vittoria è il nostro punto di partenza, poiché Cristo ha privato la morte del suo potere. Perciò chiediamo al clero e ai laici di portare avanti il loro lavoro per la vita con profonda pace nell'animo e uno spirito gioioso. Sarà la nostra tangibile gioia di vivere che, osservata dal mondo, lo attrarrà al nostro messaggio.
Priests for Life crede in una solida etica di
vita? A causa dell'attenzione rivolta all'aborto e all'eutanasia, mi viene
spesso rivolta questa domanda. Ma la coerenza non è semplicemente qualcosa in
cui crediamo, bensì qualcosa verso cui abbiamo un obbligo! La coerenza richiede
che noi riconosciamo la sacralità della persona, chiunque e dovunque essa sia e
qualunque sia la forza maligna che sta attentando alla sua dignità. Quindi la
risposta a questa domanda è un sonoro "sì"! A causa di alcuni
fraintendimenti riguardo la fermezza dell'etica, tuttavia, è importante
sottolineare che Priests for Life intende questa espressione nel contesto di
quanto affermato in merito dai vescovi degli Stati Uniti in più d'una
occasione. Nel documento "Riaffermazione del Piano Pastorale per le
attività pro-vita" del 1985, i vescovi dicono: "Poiché le vittime
dell'aborto sono i membri più indifesi della famiglia umana, è un imperativo il
fatto che, essendo i Cristiani chiamati a servire i più piccoli tra noi, si
deve prestare urgente attenzione e dare priorità a questo aspetto della
giustizia. Questa attenzione ed il fermo intento della Chiesa di perseguire una
solida etica di vita sono complementari. Un'etica coerente e salda, lungi dal
diminuire l'interesse per l'aborto o uniformare tutti gli sforzi che toccano la
dignità della vita umana, riconosce il carattere distintivo di ogni istanza
dando ad ognuna il suo rispettivo ruolo all'interno di una coerente visione
morale." (p.3-4) Inoltre, nella "Risoluzione sull'aborto"
del 1989, i vescovi considerano questa tragedia come il problema fondamentale
dei nostri giorni per tutti gli uomini di buona volontà. Perseguire
un'etica coerente non può certamente significare che i gruppi specifici debbano
attivamente indirizzare ogni sforzo che fanno a tutte le problematiche inerenti
alla vita. Un tale approccio sarebbe impossibile. Il suo significato, invece, è
che nella meravigliosa unità del Corpo di Cristo ogni parte svolge il lavoro
assegnatole, mentre approva e gioisce del lavoro delle altre parti.
Pro-vita: un ministero positivo e gioioso Vi
invitiamo a leggere la documentazione su Priests for Life per poter apprezzare
i toni e i temi che siamo convinti debbano caratterizzare il movimento per la
vita. La condivisione delle difficoltà e l'amore concreto per le madri
bisognose, e la comprensione che cerchiamo di nutrire anche nei confronti di
chi sostiene l'aborto sono importanti, come lo è il perdono che la Chiesa offre
a coloro che hanno preso parte a questa pratica. (P. Frank A. Pavone)
Priests
for Life - Priests for Life è una
Associazione di Fedeli riconosciuta secondo il Diritto Canonico della Chiesa
Cattolica, ed è un'organizzazione esentasse secondo l'articolo 501(c)(3). La
sua missione è aiutare la Chiesa e tutte le persone di buona volontà a
proteggere la vita umana dall'aborto e dall'eutanasia. Preti, diaconi e laici
possono diventarne membri.
Priests
for Life – PO Box 141172 - Staten Island, NY 10314 - Tel. 888-PFL-3448, (718)
980-4400
Fax 718-980-6515 - Email mail@priestsforlife.org
“Sono Liliana. Ho frequentato il liceo classico al Collegio Arcivescovile. Durante l’anno scolastico 2001/2002 il prof di religione, Giampiero Guerra, ha proposto in classe di partecipare ad un concorso promosso dal “Movimento per la vita”. Lo slogan per quell’anno era “Giovani e vita: una sfida, un’avventura”. Come elaborato si poteva portare un elaborato letterario o un disegno. Il primo premio è stato assegnato a Michele, un ragazzo meraviglioso, che purtroppo, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato. Il suo ultimo momento di gioia, fuori dalla lunga degenza in ospedale, l’ha trascorso con tutti i ragazzi primi tre classificati di ogni regione d’Italia a Strasburgo a visitare il Parlamento Europeo, come premio. Come rappresentanti del Trentino c’erano, quindi, Michele, primo classificato e io seconda, che abbiamo partecipato con un tema letterario e Silvia al terzo posto, che aveva portato un disegno. Questa esperienza per me è stata molto significativa, non tanto per aver vinto, ma per aver avuto la possibilità di trascorrere un momento di gioia e di riflessione con altri giovani in un luogo molto importante per noi, appartenenti alla Comunità Europea. La mia vita negli ultimi mesi ha avuto molti cambiamenti. Finite le superiori ho dovuto decidere cosa fare della mia vita, ma rileggendo il tema che avevo fatto tre anni fa ho capito che i miei valori e le mie domande le porto sempre con me. Per questo motivo volevo rendervi partecipi dei miei pensieri e condividerli con voi. Liliana
Che senso
ha la vita? Ed io perché vivo? Quante volte mi sono posta queste domande,
senza riuscire a dare una vera risposta. Nei momenti di sconforto per qualche
delusione o quando si vive o si legge sui giornali qualcosa di terribile, credo
sia normale chiedersi “che va
Tante volte si sente dire: “I bambini, i giovani sono il futuro dell’umanità. Riponiamo in loro la speranza di un mondo migliore”. Ma poi cosa vuol dire un “mondo migliore”? In alcuni paesi dilaniati dalla guerra, dove i bambini nascono in mezzo ai combattimenti e imparano fin da piccoli a usare le armi e a pensare che la cosa più giusta sia annientare il nemico, come possono immaginare un mondo diverso se quella è la loro vita? Come possono i ragazzi occidentali far capir loro che esiste un “mondo migliore”? Come far capire che uccidere è sbagliato, che l’odio può portare solo ad altro odio e per questo bisogna risolvere le “questioni” pacificamente, senza poi portare rancore?
Il mondo è grande. È anche vero che ci sono molti
ragazzi che credono in un futuro fatto di pace e amore, ma sono sempre troppo
pochi e poi spesso è difficile portare avanti le proprie idee davanti ai
compagni, agli adulti,al mondo. Inoltre credo ci sia un pensiero ricorrente in
molti: “Ma io non sono niente, non credo che il mio aiuto serva poi così tanto,
forse solo a poche persone, quindi per quale motivo impiegare tutta la mia
fatica, il mio lavoro e il mio cuore?” Spesso si vorrebbero fare grandi cose
con poco sforzo, ma soprattutto in poco tempo, ma questo si sa che è difficile.
E ciò è difficile da comprendere soprattutto quando si è giovani che si freme
dal desiderio di veder subito realizzati i propri sogni. Ma ritornando alla mia
domanda iniziale, sul senso della vita, posso solo dire che per me la vita è
qualcosa di speciale, anche se a volte mette alla dura prova, con le sue mille
difficoltà di ogni giorno, e che posso trovare un senso, per me molto
importante, nell’aiutare gli altri, soprattutto i bambini, perché mi piacciono,
mi riempiono il cuore sempre di allegria e danno un senso alla mia vita. Quando
mi chiedo per quale motivo io vivo, nei momenti di grande sconforto non riesco
a darmi una risposta (forse anche perché in quei momenti sono egoista e penso
solo al mio do
Noi
giovani d’oggi ci uniamo molto nella musica, si ama andare con il proprio
gruppo ai concerti; unisce il cinema, ma anche lo sport, anche se purtroppo
talvolta, soprattutto nel calcio, si sentono episodi sgradevoli di violenza
sulle tribune. Io, pur essendo una ragazza, non riesco a capire il motivo di
questa violenza la domenica, perché credo che il calcio, come tutti gli altri
sport, debba servire ad unire le persone,a divertirsi in compagnia,
dimenticando le fatiche fatte durante tutta la settimana appena trascorsa. A
noi giovani stare in gruppo, assieme ai nostri coetanei, serve per condividere
gli stessi sogni, le stesse esperienze e gli stessi problemi, è un modo per
confrontarsi. Infatti molto spesso troviamo difficoltà a comunicare con gli
adulti, che sembra non riescano a capirci con le loro idee di un “tempo”.
Spesso gli adulti non capiscono il nostro modo di vestire, i nostri gusti su
quanto riguarda la musica e il cinema, sul modo di passare il tempo libero (“guarda
meno televisione e goditi l’aria fresca”, “non vivi senza cellulare?”) e questo
è motivo di contrasto, che talvolta porta al desiderio di più libertà e alla
voglia di passare più tempo possibile in compagnia dei propri amici. Per noi
giovani la vita è proprio una sfida, perché, ora che piano piano ci stacchiamo
da mamma e papà, dobbiamo imparare ad affrontare più autonomamente le occasioni
che ci si presentano nel cammino della nostra vita e nel cercare di realizzare
i nostri sogni. Ma nello stesso tempo è un’avventura, perché dobbiamo superare
i vari ostacoli che la vita ci mette di fronte e non lasciarci abbattere, ma
continuare ad andare avanti e pensare sempre alla meta finale. E un po’ come
quando si deve fare una scalata in montagna: la sfida è quella di raggiungere
la meta nel migliore dei modi, ma nello stesso tempo è un’avventura, perché si
vedono quali sono le proprie capacità e con queste si cerca di superare tutti
gli ostacoli. Io comunque credo che la vita sia la sfida più bella e dobbiamo
imparare a viverla giorno per giorno nel migliore dei modi, assaporando ogni
momento, che sia di gioia che di do
Bibliografia e Linkografia
1
Viaggio
Apostolico a Sydney del Santo Padre Benedetto XVI in occasione della
Celebrazione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. (Sydney, Molo di Barangaroo di Sydney
Giovedì, 17 luglio 2008) Festa di accoglienza dei giovani
2
Messaggio del
Santo Padre Benedetto XVI per la XLIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni
Sociali “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto,
di dialogo, di amicizia” (Città del Vaticano, 24 maggio 2009)
3
Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi
della Conferenza Episcopale del Benin in visita ‘Ad Limina Aposolorum’ –
Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (Giovedì 20 settembre 2007)
4
Angelus per la Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine
Maria di sabato 8 dicembre 2007 (Piazza San Pietro)
5
Angelus per la Giornata della Vita celebrata dalla Chiesa Italiana di
domenica 1 febbraio 2009
6
Viaggio
Apostolico del Santo Padre Benedetto XVI in Camerum e Angola (17-23 Marzo 2009)
– Discorso del Santo Padre nell’incontro con i giovani – Stadio dos Coqueiros
(Sabao 21 marzo 2009) http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/march/documents/hf_ben-xvi_spe_20090321_incontro-giovani_it.html
7
Discorso del
Santo Padre Benedetto XVI ai giovani dell’Arcidiocesi di Madrid (Spagna) venuti
a Roma per la consegna della Croce per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011
– (Aula Paolo VI – Lunedì 6 Aprile 2009)
Sito della Pontifica Accademia Pro Vita http://www.academiavita.org
Sito del
Movimento per la Vita Italiana http://www.mpv.org
Sito Giovani e
Missione http://www.giovaniemissione.it/index.php
Sito Pontificie
Opere Missionarie http://www.poim.it
Sito Apostolato Giovani per la vita www.youthfl.org
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Dossier a cura di D.V. - Agenzia Fides
06/08/2009; Direttore Luca de Mata