Agenzia FIDES – 06 agosto 2009

 

DOSSIER FIDES

 

I giovani e la vita

 

“Giovani, siate un’oasi di speranza per il mondo”(Benedetto XVI)

 

Terza parte

 

 

 

 

Dalle terre di missione – Esperienze giovanili a difesa della vita

 

LETTERA DALL’AFRICA - Un lavoro per pensare un futuro migliore  

 

LETTERA DAL BRASILE – La mia esperienza di giovane in una missione  

 

RINO MARTINEZ, un cantautore missionario

 

 

Appendice

 

Priests for Life: un ministero per sostenere la vita

 

Giovani e vita: una sfida, un’avventura

 

 

Bibliografia e Linkografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo dossier è disponibile anche sul sito dell’Agenzia Fides: www.fides.org


Dalle terre di missione – Esperienze giovanili a difesa della vita

 

L’aspetto missionario della Chiesa Cattolica è forse oggi per la gran parte della sua azione un ‘perfetto sconosciuto’ sia per molti adulti, ma soprattutto per la grande maggioranza dei giovani; e pensare che ci sono tante vite ‘missionarie giovanili’ che trascorrono ogni giorno le proprie ore a disposizione degli altri, a difesa della vita di altri giovani, con dignità, coraggio e talvolta eroicità! Cerchiamo di proporre alcune esperienze giovanili da alcuni ‘luoghi di missione’. La prima testimonianza che proponiamo è di un missionario laico che vive a Mazabuca, in Zambia. Nella lettera che invia dall’Africa emerge come la ‘difesa della vita’ per i giovani, possa avvenire attraverso la ricerca di un lavoro, esperienza primaria che sottrarrebbe giovani alla povertà, e di conseguenza alla schiavitù. La seconda testimonianza è di Manuela, e scrive questi ricordi al rientro da una esperienza in Brasile, dove ha toccato con mano anche la realtà dei bambini di strada. La terza testimonianza è quella di Rino Martinez, un cantautore missionario di Palermo che ha da pochi giorni concluso una spedizione umanitaria nel cuore della foresta equatoriale africana che gli ha permesso di raggiungere e vaccinare circa 23.000 bambini. 

 

LETTERA DALL’AFRICA - Un lavoro per pensare un futuro migliore  

 

Scritta da Paolo Tafurri, giovane missionario laico che, concluso il cammino di ‘Giovani e Missione’ ha scelto un'esperienza missionaria prolungata in Africa.

Il 24 ottobre lo Zambia ha celebrato 42 anni di indipendenza. Ogni città ha festeggiato, nella State House il presidente ha dato una grande festa con grandi discorsi e la presenza di vari personaggi del mondo politico ed economico. Qui a Mazabuka ogni scuola ha preparato un piccolo spettacolo, o giochi sportivi.  In Assumption Parish abbiamo celebrato la Messa soprattutto con i giovani e i ragazzi della Luyobolola Community School, la nostra scuola, e poi tornei di calcio e netball per tutta la giornata. Una grande festa, insomma, per ricordare la nascita di una nazione, e l’indipendenza di un popolo.  In Zambia il sentimento nazionale, l’attaccamento alla “patria” è qualcosa di indotto, qualcosa che si impara a scuola. Ogni lunedì e venerdì a scuola si canta l’inno nazionale. La bandiera è esposta in ogni scuola e in ogni ufficio pubblico. La foto del presidente anche in ogni negozio.  Sono sempre incuriosito da una domanda: ma gli zambiani si sentono più zambiani o più africani? Ho fatto un veloce sondaggio locale, la maggior parte mi ha risposto “africano”.  In effetti gli stati in Africa sono una derivazione del colonialismo e quindi qualcosa che è stato deciso non dagli africani ma da altri.  La peculiarità zambiana è data dal fatto che la Repubblica di Zambia è una conquista degli africani che vivevano nella Rhodesia del Nord, una delle colonie nate nemmeno come colonie e quindi appartenenti al colonizzatore, ma come territori dati in concessione a un privato cittadino, nella fattispecie l’inglese Cecil Rhodes, che ne sfruttava tutto ciò che allora fosse sfruttabile.  Poi la Rhodesia del Nord divenne una vera colonia sotto la corona britannica, ma mai strategicamente importante per l’impero coloniale: la ricchezza che questa terra forniva in quantità maggiore era la manodopera da utilizzare in miniere che si trovavano altrove. I freedom fighters non trovarono molta resistenza da parte dei colonizzatori inglesi quando si trattò di ottenere l’indipendenza.

Oggi però molti tra gli zambiani stessi riconoscono che l’indipendenza è solo sulla carta. L’indipendenza non è reale. La maggior parte della popolazione istruita si rende conto di essere dipendente in molti aspetti della vita sociale, economica e politica del loro paese. La stessa quotidianità di gran parte della popolazione che vive nelle città è caratterizzata dalla dipendenza nei confronti di altri. Dal 1964, anno dell’indipendenza, ad oggi le condizioni di vita degli zambiani sono nettamente peggiorate. La forbice tra ricchi e poveri è andata ampliandosi.  Senza avere la pretesa di smascherare le ragioni di tale situazione vorrei puntare i riflettori su alcune situazioni di lack of indipendence. La scuola e la lingua prima di tutto. Qui nessuno potrebbe mai negare l’evidenza. Non è indipendente un paese in cui a scuola si parla una lingua che non è la propria. Non solo lo si fa per motivi formativi ma si è obbligati dalle norme scolastiche a parlare l’inglese, nelle classi più alte non solo durante le lezioni ma anche in qualsiasi interlocuzione tra studenti e insegnanti, fuori e dentro le aule scolastiche. Da una parte questo è un vantaggio perché gli zambiani istruiti sanno un ottimo inglese, apprezzato anche nei paesi di madre lingua, dall’altra questa pratica è indice di una incapacità dello Stato di trovare una soluzione linguistica originale zambiana. In effetti ai tempi dell’indipendenza i fondatori devono aver pensato che l’inglese fosse la soluzione migliore ad unire sotto lo stesso Stato tribù che parlavano e parlano 73 lingue, che in alcuni casi sono molto diverse tra loro. Una scelta obbligata, quindi, per mettere in comunicazione popolazioni diverse. Un scelta che però rischia di far perdere le radici delle tradizioni e della cultura locale, soprattutto quando con orgoglio alcuni genitori sfoggiano l’inglese perfetto di figli che hanno non più di 7 o 8 anni.  In alcune famiglie di Lusaka appartenenti alle classi più alte ai bambini vieni insegnato a parlare l’inglese prima delle lingue locali. Molti giovani parlano un british english, con fierezza, ma forse senza rendersene conto anche con dipendenza da un mondo che di certo non affonda le radici in Africa. Molti lamentano il fatto che la scuola ha programmi che rispecchiano il modello degli antichi colonizzatori. Non solo: in molti casi sono presi tali e quali dai programmi esistenti prima dell’indipendenza e quindi fissati dai governanti di allora, che erano inglesi e non africani. Qualche intellettuale riconosce che non sono stati fatti molti cambiamenti, e che ancora oggi la maggior parte delle materie insegnate a scuola non sono vicine alle esigenze degli attuali cittadini zambiani.

La scuola inoltre si pone in molti casi come trasmettitrice di dipendenza. Sicuramente non lo fa intenzionalmente, ma questo è il risultato.  Molti ragazzi e ragazze sono impossibilitati a frequentare la scuola perché non possono pagarne la retta. Ogni scuola pubblica, infatti, chiede il pagamento di una retta scolastica in quanto i finanziamenti del governo non coprono il bilancio degli istituti.  Così moltissimi sono costretti a cercare quelli che qui vengono chiamati ‘sponsors’ ovvero persone o enti (parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.) che concedono il pagamento delle rette scolastiche e in molti casi anche del materiale necessario ad andare a scuola (tra cui l’uniforme, altro retaggio coloniale). Se un ragazzo o una ragazza dai 10 ai 20 anni non ha la fortuna di avere genitori abbienti, devono chiedere una sponsorizzazione.  Questo meccanismo/necessità del chiedere non favorisce certamente l’indipendenza della persona. Quindi nonostante ogni lunedì e venerdì gli studenti cantino a scuola l’inno nazionale e celebrino l’indipendenza della nazione, la presenza stessa in quel momento a scuola è garantita da una dipendenza da qualcuno che non è zambiano, in quanto solitamente i soldi per le sponsorizzazioni arrivano da donatori stranieri (che appunto finanziano parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.)

Per quanto riguarda l’economia della Zambia è fin troppo evidente che è nelle mani degli stranieri. O meglio, tutta la produzione su grande scala in Zambia è operata da compagnie straniere, in pochi casi compagnie zambiane comunque guidate da stranieri. Le piantagioni di zucchero, cotone, caffè, e tanti altri prodotti agricoli sono di proprietà di inglesi, sudafricani, zimbabwani bianchi cacciati dallo Zimbabwe, così come l’estrazione del rame, la principale risorsa di questo paese è affidata a stranieri. Solo una breve considerazione. E’ chiaro che quando un paese privatizza i settori strategici dell’economia (il rame per l’appunto) e nessun imprenditore locale ha una capacità tale da permettersi un’attività industriale complessa e impegnativa in termini finanziari, sono le multinazionali con sede nel Nord del mondo che hanno la meglio.  Si assicurano i diritti di estrazione, installano gli impianti industriali necessari, impiegano personale straniero per i ruoli dirigenziali e tecnici nelle aziende. Gli zambiani possono arrivare fino ad un certo punto, poi chi sta nella stanza dei bottoni sono bianchi con una lunga esperienza nel settore. Tutto ciò è chiaramente in contrasto anche solo con l’idea di indipendenza economica di un paese, e non credo che servano molte parole per spiegarlo.

Voglio soffermarmi invece sulla piccola economia, quella della vita di tutti i giorni, l’economia degli zambiani comuni. Come vive uno zambiano medio? La maggior parte degli zambiani ha un reddito molto basso. Questi si rivolgono per le loro necessità alimentari al mercato locale, il che vuol dire i classici mercati africani dove si trovano i prodotti locali, farina di mais, fagioli, pesce di fiume e di lago, manzo e pollo, uova, pomodori, fagiolini, cipolle, olio di semi, latte a lunga conservazione, pane, zucchero, sale. La maggior parte di tali prodotti viene dalle fattorie degli zambiani che sono stati capaci di sviluppare l’agricoltura e l’allevamento. In alcuni casi si tratta invece di piccoli agricoltori e allevatori che usano ancora metodi e tecniche tradizionali, vivono nelle campagne e vendono i loro prodotti alle bancarelle del mercato cittadino. Altri beni, soprattutto quelli lavorati come il latte e lo zucchero, sono forniti da grandi aziende (in Zambia la Parmalat domina il mercato del latte e dei latticini). Al mercato si trovano anche il carbone per cucinare e i prodotti per la pulizia, ovvero saponi, detersivi per il lavaggio a mano dei vestiti, i prodotti per la casa. Quelli più utilizzati sono locali, i più economici, prodotti da aziende che per lo più si trovano nella capitale Lusaka.

La maggior parte della popolazione di una cittadina di 50.000-70.000 abitanti come può essere quella in cui sono io, Mazabuka, si ferma a questo tipo di consumi.  C’è poi tutta un’altra classe di persone che accede ai supermercati, nei quali si trovano prodotti da un po’ tutto il mondo. Prodotti stranieri sono quasi tutti gli alimentari lavorati come biscotti, pasta, bevande, succhi di frutta, la maggior parte delle marmellate.  Se andiamo oltre il settore alimentare la presenza straniera si fa ancora più pesante. Anzi più ci si allontana dal settore alimentare più la dipendenza rispetto ad altri paesi aumenta perché in Zambia la produzione industriale non copre una gamma ampia di beni.  Il settore tessile, per esempio, è poco attivo: la maggior parte dei vestiti viene dall’Asia (Cina in prima linea), questo se parliamo di vestiti nuovi, perché invece quelli usati arrivano dall’Europa e dagli Usa. I vestiti usati sono molto apprezzati nei mercati africani perché molto spesso sono più economici ma allo stesso tempo di qualità superiore rispetto a quelli asiatici. Tutto ciò ha permesso alla popolazione locale di risparmiare, o forse di comprare qualche vestito in più, ma ha danneggiato la produzione locale.  Le piccole industri tessili che a fatica trovavano uno sbocco commerciale hanno dovuto chiudere per via della concorrenza dell’usato. Anche questo fenomeno non ha certo contribuito a favorire l’indipendenza degli zambiani. Esistono invece piccole produzioni di abiti tradizionali africani: le donne amano ancora vestire quegli abiti colorati tipici che vengono fatti per lo più su misura, quindi da artigiani/e locali/e. Anche il settore meccanico è dominato dalla produzione cinese: viti, bulloni, in genere prodotti da ferramenta insieme alle biciclette sono tutti oggetti che arrivano dall’est. In alcuni casi, per quelli di qualità migliore ci si avvale del Sudafrica, che ormai è il dominatore economico di tutta l’Africa ma soprattutto di quella del Sud dove la concorrenza europea e araba è molto ridotta.  Dal Sudafrica, infatti, arrivano i prodotti alimentari di cui si è detto prima, più tutta una serie di beni industriali di uso comune, ma di qualità superiore a quella cinese come per esempio gli elettrodomestici. Per quanto riguarda le automobili, l’industria giapponese non ha concorrenti. La stragrande maggioranza dei veicoli in circolazione sono automobili usate in Giappone e rivendute in Africa. Negli ultimi anni soprattutto la quantità di tali veicoli è aumentata a vista d’occhio.  Ora anche a Lusaka si rischia di rimanere bloccati nel traffico a qualsiasi ora del giorno.  Ad onor di cronaca devo dire che esiste una marca indiana, la Tata, che vende alcuni veicoli industriali e non, qui in Zambia: la polizia zambiana ha in dotazione la Tata.

Tutto ciò riguarda i consumi. Rivolgiamoci ora ai mezzi necessari per consumare. La maggior parte degli zambiani è inserita nella cosiddetta economia informale, quelle attività non registrate e da cui non si traggono grossi profitti: venditori ambulanti e/o nei mercati tradizionali, lavoratori occasionali, piccoli agricoltori e allevatori tradizionali, pescatori.  Coloro che hanno un contratto di lavoro o un’assunzione in regola sono una netta minoranza e per lo più insegnanti, impiegati statali o in grandi aziende private, poliziotti o guardie giurate, infermiere.  Alcuni fortunati accedono ad organizzazioni non governative che in genere offrono stipendi al di sopra della media locale. In genere l’ambizione di ogni zambiano è lavorare nel governo o in uffici pubblici, perché lo stipendio a fine mese è il più delle volte assicurato (in realtà ultimamente non è così scontato) e si gode di alcune agevolazioni.  Una grande opportunità è lavorare per ong o associazioni caritative che grazie ai fondi che provengono dall’estero garantiscono una certa dignità nelle condizioni di lavoro.  Così facendo però falsano il mercato del lavoro: assicurando stipendi più alti attraggono quelle giovani forze che potrebbero costituire la spinta all’imprenditoria, ovvero le risorse umane per l’avvio e lo sviluppo di una eventuale produzione locale, che possa generare ricchezza in loco e quindi auto riprodursi. Il sistema della cooperazione internazionale, quindi, se da una parte va a favorire progetti che danno vita a produzioni locali per i poveri, dall’altra impiega le persone migliori nei propri organici per assolvere compiti amministrativi e burocratici.  Spesso mi è capitato di incontrare giovani che esprimono il desiderio di studiare social work al college (una via di mezzo tra educatore e psicologo) non per forti motivazioni personali, ma semplicemente perché è la figura che più facilmente trova posto nelle ONG. Io ho la sensazione che manchi una spinta verso l’imprenditorialità da parte dei giovani, che qui sono la maggioranza della popolazione; un’imprenditorialità che vada al di là del commercio al dettaglio.

Ovviamente i motivi sono tanti e diversi, ma il più importante penso sia la mancanza di capitali da investire. Accedere al credito è un’impresa ciclopica, a volte già soltanto aprire un conto bancario è un’operazione che richiede una serie infinita di carte, documenti, dichiarazioni che per la media degli zambiani sono fantascienza. Ma c’è anche un’altra ragione: la piccola imprenditoria non ha un grande riconoscimento tra gli africani. Soprattutto i governi non investono nella piccola e media impresa. Il territorio africano è costellato di grandi compagnie che beneficiano delle immense risorse naturali. I governi trovano in loro partners a cui affidare il proprio sistema economico, non si investe invece nella piccola e media impresa locale. Il direttore di African Business, una rivista economica sull’Africa, sostiene che i piccoli imprenditori sono trattati come indesiderati e vengono tormentati dalle autorità, piuttosto che aiutati e supportati, “questo non facilita quella crescita economica interna di cui la maggior parte dei paesi africani ha disperatamente bisogno”. 

Anche questo è un ostacolo alla vera indipendenza di un paese, perché se si è impossibilitati a produrre la propria ricchezza attraverso il valore aggiunto del proprio ingegno e del proprio lavoro è difficile dire di non dipendere da chi fornisce finanze, beni di ogni genere, conoscenze e “sviluppo”. Quindi no indipendenza, ma soprattutto no lavoro, no opportunità di crescita professionale, e qual è la conseguenza per alcuni? L’emigrazione. Qualche giorno fa una giovane di 25 anni, commessa in un supermercato mi ha detto che vuole mettere da parte i soldi per iscriversi a un college che le darà un titolo utile per lavorare nell’ambito del business. Dopodichè vuole emigrare in Sudafrica: “Lì, dice, tutti vanno in giro in macchina, qui in Zambia è un problema anche solo comprarsi la bicicletta”.                       

Ecco perché ciò a cui ci siamo rivolti come missionari in questi ultimi mesi è creare opportunità di lavoro. I giovani zambiani hanno bisogno della possibilità di anche solo pensarlo un futuro migliore. Quando guardo agli sforzi che stiamo facendo per i vari progetti di sviluppo economico che abbiamo in mente di realizzare qui a Mazabuka, a volte mi chiedo se non stiamo togliendo tempo ed energie all’evangelizzazione, all’annuncio della Buona Novella, a ciò che un missionario per definizione dovrebbe fare.  Mi assalgono i dubbi, ci penso un attimo, prego e mi rendo conto che no, anche questo fa parte dell’evangelizzare un popolo che è sottomesso. Quando nel Vangelo di Luca si dice “Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi”, forse è proprio questo che vuol dire: annunciare che un altro mondo è possibile, che un’economia con al centro la persona e non il profitto è realizzabile, che la giustizia è qualcosa di umano, non sovrannaturale, che tutti abbiamo diritto a pari dignità e libertà, tutti, africani e zambiani compresi (Paolo Taffuri, missionario laico a Mazabuka, Zambia)

LETTERA DAL BRASILE – La mia esperienza di giovane in una missione  

 

“Cosa mi ha lasciato l´esperienza in Brasile … non è facile riassumere tutto in poche righe, si rischia sempre di dire le stesse cose, di essere scontati e banali … per riuscire a capire cosa si prova dopo un´esperienza in missione, è inutile, bisogna provarla! Ho avuto la bella e preziosa opportunità di passare quasi cinque mesi da Padre Maurilio, a San Paolo, una delle più grandi metropoli del Brasile. Durante questo tempo trascorso nel centro per adolescenti in mezzo alle favelas, ho fatto veramente tante cose coi bambini del dopo scuola, con le comunità della parrocchia di padre Maurilio, con i ragazzi di strada se ti rendi disponibile, ce ne sono di cose da fare! Bé, partendo per questa esperienza erano queste le cose a cui pensavo maggiormente: chissà se sarò in grado di fare le cose che ci sarà bisogno di fare? chissà se mi daranno la responsabilità di qualcosa? Immaginavo la mia giornata piena di lavoro e lavoro.

 

A quasi quattro mesi dal mio ritorno, ricordando i vari momenti passati in Brasile, mi accorgo che quello che mi porto dentro non sono affatto i momenti passati a lavorare, a fare, ma i volti che ho incontrato e accolto. In  Brasile i ritmi sono più lenti rispetto ai nostri. All´inizio, abituata all´Italia, ho fatto veramente una grande fatica, mi sembrava di buttar via un sacco di tempo e di occasioni.. Spesso, facendo visita alle famiglie nelle favelas, organizzando le attività per i bambini, ci si perdeva in una tazza di caffè o una merenda un po´abbondante, in qualche chiacchiera o semplicemente in attimi di silenzio. Le persone vivono in  maniera molto più tranquilla rispetto a noi e a me sembrava che tutto fosse sprecato, che alla fine della giornata non si arrivava a capo di nulla.  Col passare del tempo ho cominciato ad abituarmi fino a fare sempre meno fatica, anzi, ero io la prima a perdermi in mille modi per stare con la gente. Questi cari amici brasiliani mi hanno proprio insegnato questo, al di là delle esperienze preziose con i bambini di strada del centro della città, coi bimbi della favelas, con le persone delle varie comunità che ho conosciuto, al di là delle cose pratiche che abbiamo realizzato insieme … mi hanno insegnato l´importanza del tempo vissuto, del vivere i momenti con calma e tranquillità, senza per forza correre a causa degli orari, del dare spazio all´altro, indipendentemente dalla quantità di tempo disponibile … mi hanno insegnato l´importanza del fermarsi alle piccole cose, ai piccoli gesti che, pensati, si rivestono di una grande preziosità.

 

Mi rendo conto che queste cose, qui in Italia, è un po´difficile ritrovarle, sono ritmi davvero diversi, ma è possibile vivere il tempo da veri protagonisti, dedicandolo a chi ti circonda, magari rinunciando a qualcosa di tuo. Il momento della preghiera nelle mie giornate era un momento costante, mi dava energia per affrontare la giornata e vedevo la presenza di Gesù riflessa nelle persone che ogni giorno incontravo, nelle cose più banali. La sua presenza mi ha accompagnato soprattutto nei momenti di difficoltà, in cui non sapevo come gestire le cose.  Questi momenti è più faticoso ritagliarli nella quotidianità qui, dove sei sempre preso dalle mille cose da fare, da orari molto fissi. Ma sono indispensabili per accorgersi dell´importanza di ogni giorno che abbiamo l´opportunità di vivere appieno, dall´inizio alla fine, ringraziando per questo dono che passa così in fretta, il tempo, ringraziando per gli incontri, le esperienze, le mani che stringono le nostre. Mi rendo conto che non ho raccontato nulla di concreto riguardo alla mia esperienza, chi avrà la bella occasione di poterla vivere, a San Paolo, vedrà coi suoi occhi la realtà in cui vivono le persone, i bambini … ho voluto scrivere cosa ho portato a casa, ognuno porta a casa qualcosa di diverso e speciale. Porto nel cuore i volti di ogni altro che ho incontrato e che mi ha accompagnato, a partire dalla presenza importante di padre Maurilio e delle suore. Ringrazio chi, in questi mesi, ha camminato con me, insegnandomi il rispetto per culture, tempi, usi e modi di vivere diversi, l´accoglienza incondizionata e l´importanza del sorriso verso chiunque intreccia la vita di ognuno”. (Manuela)          

                           

RINO MARTINEZ, un cantautore missionario

 

Rino Martinez è un conosciuto cantautore palermitano che negli anni '80 ha raggiunto la massima notorietà internazionale partecipando al Festival di Castrocaro, al Festivalbar (1981) ed al Festival di Sanremo (1982), insieme ad artisti come Claudio Villa, Vasco Rossi, Zucchero, Michele Zarrillo e tanti altri.  Ha fatto una scelta per Vocazione: essere "Cantautore Missionario", e così periodicamente si reca in molte zone disagiate dell'Africa, colpite dalla guerra e dalla miseria, per portare aiuti di ogni tipo. Il suo talento e la sua professionalità artistica gli hanno permesso di realizzare Canzoni e Filmati “Verità” sulla sofferenza, la guerra e l’indifferenza. Ha Fondato l'Associazione Missionaria Interculturale ONLUS "ALI PER VOLARE", con la quale porta avanti le sue encomiabili Battaglie per sensibilizzare quanti sono insofferenti alle drammatiche realtà del terzo mondo e ad altre piaghe sociali. Rino Martinez è un umile eroe dei nostri giorni, che offre il suo instancabile impegno per la difesa dei diritti umani e per gli “ultimi” della terra.

 

Le sue risorse umane sono sostenute dall’Amore cristiano sincero e genuino verso il prossimo, con particolare dedizione verso i bambini, specialmente, per quelli che soffrono per la povertà, per le malattie, per la mancanza di cibo, per il razzismo, per lo sfruttamento e per tutte le ignobili forme che negano il diritto a tante persone di vivere una vita normale. Per questo motivo ha ideato e realizzato, ormai da molti anni, la "Giornata Mondiale Contro lo Sfruttamento Minorile" al quale partecipano tantissimi bambini, giovani ed adulti provenienti da ogni parte del mondo. Rino ha fatto sua la causa del Bene, facendosi umile Portavoce e Missionario di Pace, lottando ogni giorno per i bisogni di chi soffre, con la giusta convinzione di poter ridonare la dignità a chi non la possiede. Grazie al suo indomabile e battagliero altruismo, alcuni paesi africani hanno potuto avere l'acqua potabile per la realizzazioni di pozzi e reti idriche ma ancor di più è riuscito a far costruire tre Orfanotrofi in Congo, dove molti bambini, se pur tra infinite difficoltà, sono assistiti amorevolmente. In tanti anni di lavoro educativo nelle scuole e tra i giovani, ha diffuso il senso della speranza e della giustizia, valori positivi che è in grado di esternare, sopratutto, attraverso le sue canzoni ed i suoi concerti. 

 

E' un serio alleato di tante persone di buona volontà, per il trionfo della legalità e per contrastare la mafia, la droga, la pedofilia e tutte le forme delinquenziali. Condivide tutto questo con la moglie Anna, i due figli Claudio ed Andrea e con alcuni amici che partecipano energicamente al suo instancabile impegno Sociale. Il 21 febbraio 2006, la sua profonda dedizione per i sofferenti l'ha portato a fare uno sciopero della fame per spingere le Istituzioni preposte a far curare in Italia 4 bambini Congolesi (Ngami Sevy Farhel, Josiane Virginia Mongha, Zena Grace, Cecilia Mahoungou), questo encomiabile gesto è stato un vero esempio di Nobili Valori Cristiani per l'intera società, distinguendosi tra le migliaia di azioni inutili che spesso non hanno nessun senso e nessuna valenza morale. Per questo estremo atto di Amore e per l'impegno di gente seria e di buona volontà si è costituita la "Medicina Umanitaria della Regione Sicilia", che permetterà ad alcuni bambini ed adulti, residenti in paesi poveri, di poter usufruire del ricovero presso gli ospedali siciliani e dell'assistenza di ottimi medici e paramedici. 

 

Il 22 novembre 2006 ha incontrato il Santo Padre Benedetto XVI, che lo ha esortato ed incoraggiato per continuare a diffondere la Gioia e la Speranza Cristiana nel mondo. Nei mesi di Ottobre e Novembre 2007 ha portato a termine la sua ennesima Missione Umanitaria  che ha chiamato: Africa: missione possibile …” per portare aiuti concreti a diversi villaggi, orfanotrofi ed ospedali del Congo, recandosi fino al centro della foresta equatoriale dove, inoltre, ha potuto realizzare un’importante reportage sulle precarie condizioni di vita del popolo “ignorato” dei Pigmei.  Da Gennaio a Marzo 2009 ha condotto la Spedizione Umanitaria denominata "Africa: Missione Cuore per la Vita" per realizzare la prima fase di un'imponente campagna di vaccinazione per oltre 23.000 persone all'interno della Grande Foresta Equatoriale.  L’Associazione Missionaria Interculturale “Ali per Volare”, fondata dal Cantautore Palermitano Rino Martinez, è una organizzazione ONLUS non governativa, che promuove iniziative culturali ed opere umanitarie concrete a favore dei Bambini abbandonati, orfani, sfruttati, ex bambini soldato, malati di AIDS/Sida, Leucemie/Malarie, non tralasciando tutte le vittime delle terribili guerre che si consumano drammaticamente in Africa, terra di povertà e di miseria dove, ancora oggi, muoiono oltre trentamila bambini al giorno.

 

Nell’ambito dei programmi umanitari Internazionali a sostegno dei paesi del terzo mondo, è stata organizzata la Missione Umanitaria denominata “Africa: Missione Cuore per la Vita”, che è iniziata il 28 gennaio 2009 e si è prolungata fino al mese di marzo 2009, all’interno della grande Foresta Equatoriale. La regione di Likouala, nel grande distretto di Enyéllé, è uno dei luoghi più sperduti e dimenticati della terra che si estende per circa 600 Km di territorio impervio e pericoloso, in cui sono presenti circa otto villaggi nei quali vivono, tra gli altri, tanti Bambini molto malati della Tribù dei PIGMEI “i figli della Foresta”, che senza un intervento sanitario immediato e mirato corrono il serio rischio di estinzione. La spedizione ha raggiunto quei luoghi, pieni di insidie, per vaccinare 22.000 persone contro la poliomielite, la difterite, il tetano, il morbillo e per curarli dal paludismo, dalle malarie e dalla lebbra. L’importante ed urgente progetto sanitario ha previsto inoltre, la somministrazione di antibiotici, vitamine e sali idratanti e la donazione di zanzariere antimalaria. Per dare continuità concreta a questo ennesimo impegno umanitario, nel villaggio di Enyéllé, che conta 8.000 abitanti, si cercherà di realizzerà una piccola farmacia comunitaria permanente, che consentirà alla popolazione locale di fare visite mediche e fruire delle medicine necessarie. La raccolta fondi, che permetterà di realizzare un’improrogabile intervento medico-sanitario, consentirà di costruire, inoltre, una piccola scuola nel villaggio di Longha. (Fabrizio Artale)

 

Appendice

 

1)     Priests for Life: un ministero per sostenere la vita

Cos'è? Il ministero sacerdotale è un ministero esigente. Il sacerdote fa conoscere al mondo delle verità che spesso questo fatica a comprendere. Egli incontra ingiustizie che sono spesso profondamente radicate negli atteggiamenti e nelle leggi della società. Il prete, tra le esigenze del suo ministero, necessita di sostegno e di incoraggiamento da tre fonti: dal suo vescovo, dalla sua congregazione e dai suoi fratelli sacerdoti. E' per assicurare tale incoraggiamento, soprattutto da parte di questi ultimi, che l'associazione Priests for Life è stata fondata. Più particolarmente, essa vuole spronare a portare avanti il discorso sulla difesa della vita umana contro l'aborto e l'eutanasia. Questa particolare dimensione tocca due delle più urgenti crisi morali dei nostri giorni. Rispondere a tali questioni non è da considerarsi come qualcosa in più da aggiungere alla vita e al ministero del sacerdote. E', invece, una risposta che deriva dall'essere sacerdote, dall'essere cristiano e dall'essere umano. Questo stesso fatto induce alcuni a chiedersi se Priests for Life non sia un'associazione superflua. Prima di tutto l'appellativo Preti per la Vita intende esprimere la verità che essere a favore della vita è fondamentale ed indispensabile per la vita stessa e il ministero di ogni sacerdote. Questa non è un'associazione che tende a formare un gruppo elitario di preti con la pretesa di essere più a favore della vita di tutti gli altri. Piuttosto, cerca di mettere in evidenza gli sforzi, così spesso nascosti o sconosciuti, di preti che eroicamente promuovono la cultura della vita in tutto il Paese. In secondo luogo, vi sono molti ordini e gruppi all'interno della Chiesa i cui membri mettono l'accento su un aspetto della Parola di Dio a cui comunque tutta la Chiesa è chiamata. Una tale messa in evidenza è pensata come stimolo rivolto a tutti per rispondere a una missione che è propria di ogni persona. Così le Sorelle della Carità non sono le sole a mettere in pratica la carità, né è questo ciò che il loro nome implica. I Padri del Santissimo Sacramento non pretendono di essere gli unici ad adorare l'Eucaristia. Gli esempi sono molteplici. I Preti per la Vita sono un altro di questi esempi. Questa associazione esiste proprio perché tutti i sacerdoti così come tutte le altre persone sono chiamati ad essere a favore della vita.

E' utile riflettere sul fatto che ci sono gruppi chiamati Dottori per la Vita, Infermiere per la Vita, Farmacisti per la Vita, Poliziotti per la Vita e innumerevoli altri. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, abbiamo bisogno di questi gruppi? Non sono forse tutti i dottori tenuti ad essere a favore della vita? L'unica vera ragione per cui abbiamo un movimento per la vita è perché assistiamo ad una immensa tragedia davanti a noi, ed abbiamo bisogno delle caratteristiche di ogni professione per ristabilire protezione per ogni vita umana. In quest'ottica sarebbe veramente strano se non esistesse un "Preti per la Vita"!

Qual è la missione di Priests for Life? Lo scopo di Priests for Life non è quello di aggiungere un'altra struttura o organizzazione allo sforzo per la vita. Il suo obiettivo invece è quello di infondere ad una struttura preesistente, la Chiesa, il vigore, l'entusiasmo e le migliori risorse per portare a compimento la missione di difesa della vita. La Chiesa è l'unica istituzione che beneficia di una garanzia Divina che prevarrà sulla cultura della morte. Il Signore stesso ha detto "Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Matteo 16, 18). Quando ascoltiamo queste parole, di solito pensiamo "La Chiesa sopravviverà agli attacchi lanciati contro di lei" e questo è certamente parte del significato del versetto. Riflettendo ulteriormente, tuttavia, ci rendiamo conto che in battaglia una porta non può scendere sul campo ad attaccare il nemico. Al contrario, la porta sta ferma a difendere la città contro gli attacchi nemici! Quando il Signore dice che le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa, Egli intende dire che la Chiesa sta prendendo iniziativa per prendere d'assalto le porte! Queste porte degli inferi non possono contrastare il potere del Paradiso; le porte del peccato sono annientate dalla presenza della grazia salvifica; le porte della morte cadono alla presenza della vita eterna; le porte della falsità sono abbattute di fronte alla verità vivente; le porte della violenza cadono al cospetto dell'amore divino. Questi sono gli strumenti di cui Cristo ha dotato la Sua Chiesa. Per far pienamente fruttificare questi doni e servirsi di questi strumenti per i problemi specifici dell'aborto e dell'eutanasia sono richiesti perciò tanto una struttura adeguata quanto lo spirito, la consapevolezza, il coraggio, la determinazione nell'uso sia dei mezzi che delle opportunità a nostra disposizione! Questo è tutto ciò di cui si occupa Priests for Life. Dal cuore della Chiesa è un movimento di sacerdoti che cercano di usare - ed aiutano il resto della Chiesa ad usare - la sua piena forza contro gli attacchi devastanti sferrati contro la vita umana ai nostri giorni. In alcuni luoghi vi sono dei "capitoli", delle assemblee locali, dove dei sacerdoti si radunano regolarmente al fine di incoraggiarsi a vicenda e pregare insieme per quella dimensione pro-vita che caratterizza il loro ministero. Sebbene noi promuoviamo questi capitoli, la filosofia di Priests for Life è che il sacerdote non ha compiuto la sua opera pro-vita quando ha partecipato ad un incontro. Piuttosto compie la sua opera pro-vita quando predica chiaramente e appassionatamente dal pulpito a proposito delle problematiche sulla vita e quando guida le persone a concentrare le loro energie nella difesa dei più vulnerabili fra noi.

Lo statuto della missione di Priests for Life individua tre vie attraverso le quali raggiungere lo scopo globale. La prima consiste nel mettere in contatto fra loro i sacerdoti particolarmente attivi nel lavoro pro-vita. L'attività di questi preti è illustrata in ogni numero del bollettino, nella sezione "Priest Profiles". I sacerdoti sono messi in contatto reciprocamente su tutto il territorio nazionale perchè si scambino idee, risorse ed esperienze concernenti l'effettivo ministero pro-vita. I sacerdoti che potrebbero sentirsi soli o isolati a causa della loro particolare attenzione alle problematiche pro-vita, vengono rassicurati sul fatto che non sono mai soli. Un secondo aspetto della missione consiste nell'assistere i sacerdoti che potrebbero essere esitanti o trovarsi in difficoltà nell'affrontare le tematiche dell'aborto e dell'eutanasia. Attraverso mezzi come documentazioni, cassette, seminari e assistenza diretta alla persona, l'associazione Priests for Life può aiutare un sacerdote ad identificare le sue paure, le sue incertezze o fraintendimenti a proposito delle tematiche in questione o a proposito dello stesso movimento per la vita. Una delle nostre pubblicazioni, per esempio, è "Padri, affrontiamo le nostre paure sull'aborto". Questa pubblicazione focalizza ventidue paure scoperte nel corso dei nostri seminari internazionali per sacerdoti e dà chiare ed utili risposte ai dubbi che queste paure possono causare. Il terzo aspetto della nostra missione è quello di assistere i sacerdoti nel rapportarsi alle organizzazioni per la vita e viceversa. C'è una miriade spesso confusa e sconcertante di gruppi pro-vita negli USA. L'influenza della letteratura in materia, per quanto buona essa possa essere, può risultare fuorviante. Come può un sacerdote impegnato distinguere quali sono le iniziative, le attività e le strategie del movimento? Come può sapere su quali risorse può contare nella sua parrocchia e quali linee d'azione di gruppi particolari sono in accordo con il progetto pastorale ed educativo della Chiesa? Priests for Life può fornire questo tipo di guida. Priests for Life conosce intimamente la filosofia e le strategie dei gruppi pro-vita sia piccoli che grandi, così come le persone che stanno dietro all'organizzazione. La nostra associazione mantiene contatti e buoni rapporti con tutti questi gruppi, in parte grazie alle conferenze e ai seminari che ha presentato in ognuno dei 50 Stati Americani. Nel nostro bollettino cerchiamo di sintetizzare le strategie suggerite e le risorse per i sacerdoti molto impegnati. Inoltre siamo presenti a tutti i raduni nazionali dei responsabili pro-vita, in cui vengono formulati i progetti per il movimento. Questa associazione non si occupa solo di assistere il sacerdote perché lavori con i gruppi pro-vita, ma anche di affiancare i gruppi stessi affinché lavorino con i sacerdoti. Fin dall'inizio di Priests for Life c'è stato un grande supporto da parte dei laici, e l'associazione ha al suo interno anche membri ausiliari laici. Si sente spesso lamentare il fatto che i preti non parlano abbastanza di aborto. Priests for Life assiste attivamente laici e gruppi per mutare la frustrazione, la delusione, la rabbia che possono avere in sforzi costruttivi per capire e cooperare con il loro clero. Alcuni dei nostri depliants, cassette e seminari sono infatti incentrati su questo tema.

La Promessa di adesione per il clero - Migliaia si sacerdoti negli USA si sono uniti a Priests for Life. Coloro che entrano a far parte dell'associazione fanno delle promesse di adesione molto semplici. Il testo della Promessa è riportato di seguito, insieme ad alcuni commenti esplicativi.

Promessa di adesione a Priests for Life In qualità di prete/diacono della Chiesa Cattolica, riconosco che è parte essenziale del mio ministero annunciare e difendere la dignità della persona umana. Come segno della mia risposta a questa chiamata, e al fine di fortificare i miei fratelli preti e diaconi ed essere da loro fortificato, sono diventato membro dell'Associazione Priests for Life, una Associazione Privata di Fedeli ufficialmente riconosciuta. Come membro, io prometto di pregare con perseveranza per un più profondo rispetto della vita umana nella nostra società, e in particolar modo per la fine dell'aborto e dell'eutanasia. Io prometto di predicare con chiarezza e costanza la sacralità della vita a tutti quelli che sono affidati alle mie cure pastorali. Io prometto di cooperare con i progetti e i programmi di Priests for Life, nella misura in cui mi è ragionevolmente possibile e all'interno delle direttive stabilite dal mio Ordinario. Io prometto di offrire supporto e incoraggiamento agli altri membri dell'Associazione ed al più ampio movimento per la vita, quando si presentino le appropriate opportunità. Credo nel fatto che la Vittoria della Vita è già stata sancita dalla Croce e dalla Resurrezione di Cristo, e che proclamando, celebrando, servendo il dono della Vita la Chiesa trasformerà la cultura della morte in Regno della Vita.

Commenti  - Si noterà che la Promessa indica l'appartenenza all'associazione come possibile a preti e diaconi cattolici. Tuttavia siamo felici quando, insieme ai nostri membri ausiliari laici, anche ministri e fedeli di denominazioni non cattoliche si uniscono al nostro lavoro. Essi sono invitati ad usufruire del materiale informativo e a cooperare con noi. Il testo mette in rilievo che la difesa della persona umana è parte integrante del ministero sacerdotale. Il primo motivo elencato per diventare membri dell'associazione è l'opportunità della rete di collegamento che essa offre. Lo status dell'associazione secondo il Diritto Canonico è di seguito menzionato. Preghiera, predicazione ed insegnamento sono poi descritti come aspetti-chiave della promessa. Questi sono aspetti comunque ordinari del lavoro di preti e diaconi. Ma se noi infondiamo alle nostre attività una maggiore sensibilità verso le tragedie dell'aborto e dell'eutanasia, faremo un grande passo avanti nella lotta a questi mali. Mentre Priests for Life offre suggerimenti e materiale per la preghiera, la predicazione e l'insegnamento, non impone ai suoi membri un particolare tipo di devozione o di atteggiamento. Né l'essere membri deve venir visto come adesione a una particolare teologia. All'interno della gamma di casi in cui la dottrina e la disciplina della Chiesa Cattolica permettono una pluralità di espressioni teologiche, pastorali e liturgiche, Priests for Life cerca di accoglierle tutte. Quando si tratta di difesa della vita, non si può parlare di "parti" della Chiesa che ne sono toccate, ma dell'intera Chiesa. La cooperazione con i progetti di Priests for Life è poi esposta, sempre in accordo con il proprio Ordinario. L'idea che sta dietro all'associazione non è mai stata di entrare in una diocesi per pubblicizzare un programma o attività o un altro. L'idea, e la realtà, è che siamo stati nelle diocesi di tutto il paese proprio per aiutare il clero a lavorare insieme con il vescovo nel modo che lui stabilisce, a seconda delle situazioni locali. Allo stesso tempo, offriamo il beneficio dell'esperienza che abbiamo accumulato, e dei numerosi contatti con tutti i gruppi del movimento per la vita. La promessa finisce con un passaggio di estrema fiducia. In questa battaglia non stiamo semplicemente lottando per la vittoria; stiamo lavorando a partire dalla vittoria. La vittoria è il nostro punto di partenza, poiché Cristo ha privato la morte del suo potere. Perciò chiediamo al clero e ai laici di portare avanti il loro lavoro per la vita con profonda pace nell'animo e uno spirito gioioso. Sarà la nostra tangibile gioia di vivere che, osservata dal mondo, lo attrarrà al nostro messaggio.

Priests for Life crede in una solida etica di vita? A causa dell'attenzione rivolta all'aborto e all'eutanasia, mi viene spesso rivolta questa domanda. Ma la coerenza non è semplicemente qualcosa in cui crediamo, bensì qualcosa verso cui abbiamo un obbligo! La coerenza richiede che noi riconosciamo la sacralità della persona, chiunque e dovunque essa sia e qualunque sia la forza maligna che sta attentando alla sua dignità. Quindi la risposta a questa domanda è un sonoro "sì"! A causa di alcuni fraintendimenti riguardo la fermezza dell'etica, tuttavia, è importante sottolineare che Priests for Life intende questa espressione nel contesto di quanto affermato in merito dai vescovi degli Stati Uniti in più d'una occasione. Nel documento "Riaffermazione del Piano Pastorale per le attività pro-vita" del 1985, i vescovi dicono: "Poiché le vittime dell'aborto sono i membri più indifesi della famiglia umana, è un imperativo il fatto che, essendo i Cristiani chiamati a servire i più piccoli tra noi, si deve prestare urgente attenzione e dare priorità a questo aspetto della giustizia. Questa attenzione ed il fermo intento della Chiesa di perseguire una solida etica di vita sono complementari. Un'etica coerente e salda, lungi dal diminuire l'interesse per l'aborto o uniformare tutti gli sforzi che toccano la dignità della vita umana, riconosce il carattere distintivo di ogni istanza dando ad ognuna il suo rispettivo ruolo all'interno di una coerente visione morale." (p.3-4) Inoltre, nella "Risoluzione sull'aborto" del 1989, i vescovi considerano questa tragedia come il problema fondamentale dei nostri giorni per tutti gli uomini di buona volontà. Perseguire un'etica coerente non può certamente significare che i gruppi specifici debbano attivamente indirizzare ogni sforzo che fanno a tutte le problematiche inerenti alla vita. Un tale approccio sarebbe impossibile. Il suo significato, invece, è che nella meravigliosa unità del Corpo di Cristo ogni parte svolge il lavoro assegnatole, mentre approva e gioisce del lavoro delle altre parti.

Pro-vita: un ministero positivo e gioioso Vi invitiamo a leggere la documentazione su Priests for Life per poter apprezzare i toni e i temi che siamo convinti debbano caratterizzare il movimento per la vita. La condivisione delle difficoltà e l'amore concreto per le madri bisognose, e la comprensione che cerchiamo di nutrire anche nei confronti di chi sostiene l'aborto sono importanti, come lo è il perdono che la Chiesa offre a coloro che hanno preso parte a questa pratica. (P. Frank A. Pavone)

Priests for Life - Priests for Life è una Associazione di Fedeli riconosciuta secondo il Diritto Canonico della Chiesa Cattolica, ed è un'organizzazione esentasse secondo l'articolo 501(c)(3). La sua missione è aiutare la Chiesa e tutte le persone di buona volontà a proteggere la vita umana dall'aborto e dall'eutanasia. Preti, diaconi e laici possono diventarne membri.

Priests for Life – PO Box 141172 - Staten Island, NY 10314 - Tel. 888-PFL-3448, (718) 980-4400
Fax 718-980-6515 - Email mail@priestsforlife.org

2)     Giovani e vita: una sfida, un’avventura

“Sono Liliana. Ho frequentato il liceo classico al Collegio Arcivescovile. Durante l’anno scolastico 2001/2002 il prof di religione, Giampiero Guerra, ha proposto in classe di partecipare ad un concorso promosso dal “Movimento per la vita”. Lo slogan per quell’anno era “Giovani e vita: una sfida, un’avventura”. Come elaborato si poteva portare un elaborato letterario o un disegno. Il primo premio è stato assegnato a Michele, un ragazzo meraviglioso, che purtroppo, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato. Il suo ultimo momento di gioia, fuori dalla lunga degenza in ospedale, l’ha trascorso con tutti i ragazzi primi tre classificati di ogni regione d’Italia a Strasburgo a visitare il Parlamento Europeo, come premio. Come rappresentanti del Trentino c’erano, quindi, Michele, primo classificato e io seconda, che abbiamo partecipato con un tema letterario e Silvia al terzo posto, che aveva portato un disegno. Questa esperienza per me è stata molto significativa, non tanto per aver vinto, ma per aver avuto la possibilità di trascorrere un momento di gioia e di riflessione con altri giovani in un luogo molto importante per noi, appartenenti alla Comunità Europea. La mia vita negli ultimi mesi ha avuto molti cambiamenti. Finite le superiori ho dovuto decidere cosa fare della mia vita, ma rileggendo il tema che avevo fatto tre anni fa ho capito che i miei valori e le mie domande le porto sempre con me. Per questo motivo volevo rendervi partecipi dei miei pensieri e condividerli con voi. Liliana

Che senso ha la vita? Ed io perché vivo? Quante volte mi sono posta queste domande, senza riuscire a dare una vera risposta. Nei momenti di sconforto per qualche delusione o quando si vive o si legge sui giornali qualcosa di terribile, credo sia normale chiedersi “che valore ha la vita?”, “perché succedono certe tragedie?”, “perché c’è gente al mondo che sembra non rispettare il valore più importante: la vita?” Queste domande non se le pone solo un giovane, ma anche un bambino, che nel suo piccolo, si chiede “perché ci sono uomini cattivi?” e gli adulti che cercano di fare “giustizia” alle tragedie che succedono.

Tante volte si sente dire: “I bambini, i giovani sono il futuro dell’umanità. Riponiamo in loro la speranza di un mondo migliore”. Ma poi cosa vuol dire un “mondo migliore”? In alcuni paesi dilaniati dalla guerra, dove i bambini nascono in mezzo ai combattimenti e imparano fin da piccoli a usare le armi e a pensare che la cosa più giusta sia annientare il nemico, come possono immaginare un mondo diverso se quella è la loro vita? Come possono i ragazzi occidentali far capir loro che esiste un “mondo migliore”? Come far capire che uccidere è sbagliato, che l’odio può portare solo ad altro odio e per questo bisogna risolvere le “questioni” pacificamente, senza poi portare rancore?

Il mondo è grande. È anche vero che ci sono molti ragazzi che credono in un futuro fatto di pace e amore, ma sono sempre troppo pochi e poi spesso è difficile portare avanti le proprie idee davanti ai compagni, agli adulti,al mondo. Inoltre credo ci sia un pensiero ricorrente in molti: “Ma io non sono niente, non credo che il mio aiuto serva poi così tanto, forse solo a poche persone, quindi per quale motivo impiegare tutta la mia fatica, il mio lavoro e il mio cuore?” Spesso si vorrebbero fare grandi cose con poco sforzo, ma soprattutto in poco tempo, ma questo si sa che è difficile. E ciò è difficile da comprendere soprattutto quando si è giovani che si freme dal desiderio di veder subito realizzati i propri sogni. Ma ritornando alla mia domanda iniziale, sul senso della vita, posso solo dire che per me la vita è qualcosa di speciale, anche se a volte mette alla dura prova, con le sue mille difficoltà di ogni giorno, e che posso trovare un senso, per me molto importante, nell’aiutare gli altri, soprattutto i bambini, perché mi piacciono, mi riempiono il cuore sempre di allegria e danno un senso alla mia vita. Quando mi chiedo per quale motivo io vivo, nei momenti di grande sconforto non riesco a darmi una risposta (forse anche perché in quei momenti sono egoista e penso solo al mio dolore e ai miei problemi), ma poi mi dico che vivo grazie alle persone che mi stanno attorno, che mi amano, che mi appoggiano e mi danno fiducia nelle mie scelte e che mi sostengono nelle difficoltà. A volte, comunque, anche quest’ultima situazione può mettere in crisi: la paura di deludere le aspettative di chi ti vuole bene, di non essere all’altezza, di essere valutati in modo migliore di quello che in realtà ci si sente di essere. E io credo che questo non sia solo un mio problema, ma anche di altri giovani. Ci sono anche ragazzi con il problema opposto: avrebbero bisogno di sostegno e di fiducia per realizzarsi, ma nessuno, o pochi, credono in loro e quindi si sentono dei perdenti. Io però credo che tutti abbiano delle doti, ognuno deve solo riuscire a trovare la propria strada, quella giusta che lo renderà un uomo maturo, soddisfatto di ciò che è riuscito a costruire. Spesso si sente dire dagli adulti che “non ci sono più i giovani di una volta”. Questa affermazione comunque l’ho sentita anche studiando filosofi dell’antica Grecia, che si lamentavano di questo problema e ripensavano ai tempi passati con malinconia. Quindi è normale che in ogni generazione ci siano dei cambiamenti, anche se io credo che si possa notare che in tutti, in chi più in chi meno, rimangono sempre i valori fondamentali: la vita, l’amicizia e la solidarietà.

Noi giovani d’oggi ci uniamo molto nella musica, si ama andare con il proprio gruppo ai concerti; unisce il cinema, ma anche lo sport, anche se purtroppo talvolta, soprattutto nel calcio, si sentono episodi sgradevoli di violenza sulle tribune. Io, pur essendo una ragazza, non riesco a capire il motivo di questa violenza la domenica, perché credo che il calcio, come tutti gli altri sport, debba servire ad unire le persone,a divertirsi in compagnia, dimenticando le fatiche fatte durante tutta la settimana appena trascorsa. A noi giovani stare in gruppo, assieme ai nostri coetanei, serve per condividere gli stessi sogni, le stesse esperienze e gli stessi problemi, è un modo per confrontarsi. Infatti molto spesso troviamo difficoltà a comunicare con gli adulti, che sembra non riescano a capirci con le loro idee di un “tempo”. Spesso gli adulti non capiscono il nostro modo di vestire, i nostri gusti su quanto riguarda la musica e il cinema, sul modo di passare il tempo libero (“guarda meno televisione e goditi l’aria fresca”, “non vivi senza cellulare?”) e questo è motivo di contrasto, che talvolta porta al desiderio di più libertà e alla voglia di passare più tempo possibile in compagnia dei propri amici. Per noi giovani la vita è proprio una sfida, perché, ora che piano piano ci stacchiamo da mamma e papà, dobbiamo imparare ad affrontare più autonomamente le occasioni che ci si presentano nel cammino della nostra vita e nel cercare di realizzare i nostri sogni. Ma nello stesso tempo è un’avventura, perché dobbiamo superare i vari ostacoli che la vita ci mette di fronte e non lasciarci abbattere, ma continuare ad andare avanti e pensare sempre alla meta finale. E un po’ come quando si deve fare una scalata in montagna: la sfida è quella di raggiungere la meta nel migliore dei modi, ma nello stesso tempo è un’avventura, perché si vedono quali sono le proprie capacità e con queste si cerca di superare tutti gli ostacoli. Io comunque credo che la vita sia la sfida più bella e dobbiamo imparare a viverla giorno per giorno nel migliore dei modi, assaporando ogni momento, che sia di gioia che di dolore, che ci viene regalato da Dio e gustando i bei momenti che trascorriamo in compagnia delle persone a noi care.

 

Bibliografia e Linkografia

 

1        Viaggio Apostolico a Sydney del Santo Padre Benedetto XVI in occasione della Celebrazione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. (Sydney, Molo di Barangaroo di Sydney
Giovedì, 17 luglio 2008
) Festa di accoglienza dei giovani

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/july/documents/hf_ben-xvi_spe_20080717_barangaroo_it.html

2        Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia” (Città del Vaticano, 24 maggio 2009)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20090124_43rd-world-communications-day_it.html

3        Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Benin in visita ‘Ad Limina Aposolorum’ – Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (Giovedì 20 settembre 2007)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2007/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20070920_ad-limina-benin_it.html

4        Angelus per la Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria di sabato 8 dicembre 2007 (Piazza San Pietro)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2007/documents/hf_benxvi_ang_20071208_immaculate_it.html

5        Angelus per la Giornata della Vita celebrata dalla Chiesa Italiana di domenica 1 febbraio 2009

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090201_it.html

6        Viaggio Apostolico del Santo Padre Benedetto XVI in Camerum e Angola (17-23 Marzo 2009) – Discorso del Santo Padre nell’incontro con i giovani – Stadio dos Coqueiros (Sabao 21 marzo 2009) http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/march/documents/hf_ben-xvi_spe_20090321_incontro-giovani_it.html

7        Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai giovani dell’Arcidiocesi di Madrid (Spagna) venuti a Roma per la consegna della Croce per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011 – (Aula Paolo VI – Lunedì 6 Aprile 2009)

http://212.77.1.247/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20090406_croce-gmg_it.html     

 

Sito della Pontifica Accademia Pro Vita http://www.academiavita.org

            Sito del Movimento per la Vita Italiana http://www.mpv.org

            Sito Giovani e Missione http://www.giovaniemissione.it/index.php

            Sito Pontificie Opere Missionarie http://www.poim.it

Sito Apostolato Giovani per la vita www.youthfl.org

 

 

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Dossier a cura di D.V. - Agenzia Fides 06/08/2009; Direttore Luca de Mata